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29.1.26

Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco puntata DENTRO A RELAZIONI TOSSICHE: LA TEORIA DELLA RANA BOLLITA PARTE I



La metafora della rana bollita è un concetto che spiega come le persone possano rimanere passive in situazioni negative quando queste si sviluppano in modo graduale.
Questo principio è stato sviluppato da Noam Chomsky e si applica a molte situazioni, come le relazioni
tossiche, dove le persone possono sopportare violenze psicologiche o fisiche senza riconoscere i segnali di degrado.
La rana bollita rappresenta la tendenza umana ad adattarsi passivamente a situazioni avvilenti, senza reagire fino a quando non è troppo tardi.
Comprendere questo principio è fondamentale per riconoscere i primi segnali di disagio e intraprendere azioni per migliorare la propria situazione.
Infatti  Lo  stesso Antonio  Bianco     sull'ultimo n  del settimanale Giallo : «Il concetto di accettazione passiva è diffi ile da spiegare e si presta a numerosi fraintendimenti. Per questo abbiamo scelto di usare
una vecchia storia che riteniamo possa essere efficace. Affronteremo la tematica in due puntate, partendo proprio dalla storia della “rana bollita”, che ben si presta alla spiegazione del concetto. »  Infatti  Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana.Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi.Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, sino al momento in cui la rana finisce morta bollita.
«[...] La teoria della rana bollita di Chomsky,   come  afferma  Bianco , conosciuta anche come strategia della gradualità, ci fa capire che quando un cambiamento avviene in maniera graduale sfugge alla coscienza e non suscita quindi alcun tipo di reazione o di opposizione concreta. Se l’acqua fosse già stata bollente la rana non sarebbe mai entrata nel pentolone o, se fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50 gradi, avrebbe dato un colpo di zampa e sarebbe balzata fuori.Questa storia può essere utile per comprendere in quale fase della vita vi potreste trovare. Purtroppo la situazione in cui si trova la rana nel pentolone di acqua bollente è quella in cui si trovano molte donne  ( e  uomini   corsivo mio  ) che faticano a uscire da un amore violento. Anche questa è violenza, anche questa è una forma di aggressione, anche se assume i contorni del “cronicismo”, e la vittima quasi non si accorge o non  riesce  ad  accettarlo    subito di trovarsi in una situazione molto critica e delicata, soprattutto se la violenza si consuma all’interno delle mura domestiche.»

IL  resto alla  prossima    puntata    per     il momento eccovi  del siti  per  approfondire   l'argomento




28.1.26

diario di bordo anno IV n 156 Acchille Polonara ritorno alla vita dopo la lotta contro la leucemia e i 100 anni di franca bergamini pioniera dei tribuali sardi ed una delle prime donne avvocato

 



.......







Effetto tifo Spalti pieni e un’identità forte quando la comunità fa sauadra con il calcio e con il basket . identità non solo ultras quindi

N..b  scusate  se   ho estratto   dal pdf   solo  il primo articolo   e  riporto gli altri due    sotto  forma di  png   gli altri  due    articoli  sempre  della  nuova  sardegna  del 27\1\2026

una  partita del
Calangianus

C'è un momento preciso, nei piccoli paesi,in cui capisci che lo sport non è solo sport. Succede quando la domenica pomeriggio diventa più importante del resto della settimana, quando il campo (di calcio o di basket, poco importa) prende il posto della piazza, del bar, delle “vasche” che non si fanno più.Succede quando una squadra diventa un pretesto nobile per stare insieme. E allora capisci che lì, in quel rettangolo di gioco, batte il cuore della comunità. A Calangianus, per esempio, la partita non è mai solo la partita. È un rito civile.Quattrocento persone sugli spalti, si riconoscono, si prendono in giro, discutono, ridono. Operai e industriali, allevatori ed ex presidenti, giovani e signore sempre più presenti. Anche gente che con il calcio non aveva nulla a che spartire. Il tifo non è anonimato: è identità. In un paese che perde abitanti, lo stadio resta uno degli ultimi avamposti dove la comunità si guarda in faccia. Ma Calangianus non è una eccezione.A Tonara, quando tutto sembrava finito, sei donne hanno fatto una cosa che nei piccoli centri pesa più di mille convegni: si sono assunte una responsabilità collettiva. Non sapevano nulla di calcio, non si conoscevano nemmeno tra loro. Eppure hanno salvato una squadra e, senza proclami, hanno ridato al paese un motivo per ritrovarsi,discutere, tifare. In un mondo che dice sempre “non si può”, loro hanno detto “proviamoci”. E il paese ha risposto.A Campanedda il calcio non è una passione: è un presidio. È il modo in cui una borgata di poco più di mille abitanti si riconosce,si ritrova e si racconta. In nove anni i rossoblù sono saliti dalla Seconda Categoria alla Promozione senza padrini né capitali esterni,ma con una comunità compatta alle spalle e una tifoseria che è già appartenenza,I Fizzos de Sa Nurra. 300 spettatori fissi; un campo che ha preso il posto della piazza; una scuola calcio che riempie i pomeriggi dei bambini. Qui la squadra è davvero una famiglia allargata. E poi c'è Sennori, che  per la sua squadra di basket perde la testa. Il palazzetto soldout, la domenica cambia umore a seconda del risultato, il senso di appartenenza che passa dal parquet alle strade. Anche lì, lo sport non riempie solo un tabellino: riempie un vuoto. Queste storie, messe insieme, raccontano una verità semplice e po-tentissima: nei piccoli cen tri lo sport supplisce a ciò che manca. Dove non c'è più la piazza, c'è una tribuna. Dove non c'è più aggregazione spontanea, c'è un tifo organizzato eppure autentico. Dove lo Stato arretra e i servizi si assottigliano, un pallone e un canestro tengono insiemele persone.  Onorare la maglia vuol dire onorare il paese, la sua storia, il presente fragile e ostinato. Lo sport, qui, non è evasione: è resistenza quotidiana. È orgoglio. È comunità che, almeno per 90 minuti, o per 40, si ricorda di essere tale.


Infatti  



27.1.26

C’è un’altra storia, silenziata, di chi protesta al passaggio dei tedofori. Lo sport non narcotizza l’indignazione

leggi anche  

IL  Fatto  quotidiano del 27\1\2026


A leggere i giornali e ad ascoltare i servizi tv su Milano Cortina 2026, l’Italia sembra essersi trasformata in una gigantesca camminata alla Forrest Gump. Ma c'è anche un'altra Italia . L’entusiasmo divampa per le strade d’Italia, decine di migliaia di persone riempiono le piazze e applaudono la fiamma olimpica, portata su e giù per lo stivale da 10.001 tedofori. È l’apoteosi a cinque cerchi, sapientemente esaltata dalla grancassa massmediologica che ad ogni angolo della nazione fa risuonare le stesse parole d’ordine: appuntamento con la storia, evento unico, emozione collettiva, brividi e pelle d’oca, ricordi del passato e presagi di future medaglie, valori dello sport, unità, comunità, spirito di squadra…


Sembra davvero che tutta l’Italia si sia messa in marcia dietro il simbolo del fuoco di Atene, per raggiungere Cortina, Milano, Anterselva, Tesero, Predazzo, Bormio, Livigno e Verona, venue di gara o sedi delle cerimonie dei XXV Giochi Invernali. A leggere i giornali e ad ascoltare i servizi televisivi, che riprendono l’entusiasmo di Fondazione Milano Cortina 2026, l’Italia si è trasformata in una gigantesca camminata alla Forrest Gump. Almeno ci hanno risparmiato la retorica dello “Spirito italiano vibrante e dinamico”, brand che pare scomparso dai radar degli organizzatori dopo il disvelamento della maldestra scopiazzatura del “Manifesto degli intellettuali fascisti” risalente all’aprile 1925.
Cronache minime provenienti dalle stesse città e piazze raccontano però anche un’altra storia, silenziata, messa in un angolo, sottaciuta, forse perché è stata interpretata nel rispetto, nel bisbiglio, nelle sole parole di dissenso, nello sventolio delle bandiere della Palestina, senza un incidente, un vetro rotto, una
sassaiola. Non fosse stato così, si sarebbe scatenata la caccia al sovversivo. È l’Italia che guarda all’emozione dello sport con rispetto, ma anche con il disincanto e l’esercizio della critica che i tempi moderni impongono. È l’Italia che, al di là della sovrastruttura dell’agonismo, non dimentica la realtà drammatica delle zone di guerra, sente le urla di dolore dei feriti, continua a contare i morti, si confronta con il dramma dei popoli negati. Ed è per questo che chiede pace universale, giustizia, trasparenza e rispetto dei diritti umani.

A Trieste le forze dell’ordine avevano uno spiegamento massiccio, ma non hanno dovuto entrare in azione. A Pordenone il sindaco aveva detto “non accetto che una giornata così importante venga rovinata da ideologismi e strumentalizzazioni”, invece i ragazzi ProPal si sono mossi con leggerezza, dando vita a una contestazione dolce. A Pavia il presidio ha invocato giustizia. A Padova rispetto per l’ambiente sfregiato dalle opere olimpiche. A Catania è stata denunciata l’industria bellica, che è perfino nell’elenco degli sponsor. A Torino si è lamentata la disuguaglianza che consente agli atleti israeliani di gareggiare. Altrove si è affermato che “i popoli non si cancellano con il genocidio” e che “durante le Olimpiadi si gioca, mentre altrove si continua a morire”.
Come può l’emozione centrata sullo sport narcotizzante e cieco, andare d’accordo con l’indignazione che non chiude gli occhi nemmeno nei giorni di Olimpia, tantopiù non accompagnati da una reale, seppure temporanea, tregua universale? Infatti, non vanno d’accordo, restano espressioni divergenti, sensibilità inconciliabili che appartengono a mondi diversi. Eppure un punto d’incontro ci sarebbe, anzi è proprio l’elaborazione da cui sono nate le Olimpiadi e da cui scaturiscono, motivatamente, le contestazioni e le accuse di ipocrisia politica. Basterebbe rileggere i principi fondamentali della Carta Olimpica, purtroppo resi muti da questi tempi drammatici e senza regole.
“L’Olimpismo si basa sulla responsabilità sociale e sul rispetto dei diritti umani riconosciuti internazionalmente e sui principi etici fondamentali e universali. L’Olimpismo si propone di creare uno sviluppo armonico dell’essere umano, con il fine di favorire l’istituzione di una società pacifica e impegnata nel mantenimento della dignità umana. Il godimento dei diritti e delle libertà sanciti nella presente Carta Olimpica deve essere garantito senza alcuna discriminazione, sia essa basata su razza, colore, sesso, orientamento sessuale, lingua, religione, opinioni politiche o di altro tipo, origine nazionale o sociale, ricchezza, nascita o altra condizione”. Parole che sembrano paracadutate da un’altra galassia dentro un mondo in via di esplosione e di estinzione. Una medaglia olimpica, un inno nazionale, l’accensione di una fiamma che fa venire i lucciconi, o l’affabulazione pubblica non bastano a riconciliare l’uomo con i suoi buoni propositi platealmente rinnegati.

Olimpiadi Milano-Cortina, tra i tedofori anche Carolina Kostner. Ma è stata squalificata per doping

  duepesi e  due misure  hanno   cazziato  Massimo  Boldi    non facendogli fare  il  teodoforo  anzi  la  teodofora   per  una  battuta    e  poi   lo  fanno  fare   ad  un  sportivo   squalificata  per  doping  . 

fonte il  fatto  quotidiano 

La Fondazione Milano-Cortina ci ricasca. Fin qui il tradizionale percorso della fiamma olimpica, invece di essere un momento di festa e celebrazione dell’Italia e dello sport italiano, è stata trasformata dagli organizzatori in un carrozzone piuttosto imbarazzante. Abbiamo visto la gloriosa torcia affidata a cantanti, soubrette e “amici di”. Consegnata e poi revocata a Massimo Boldi, per la sua intervista al

Fatto ritenuta inappropriata. Prestata pure agli interessi privati dei partner commerciali, da Stellantis a Eni a Coca Cola. Insomma, passata dalle mani di tutti fuorché di chi davvero l’avrebbe meritata, ovvero i grandi campioni esclusi. Adesso un nuovo caso è pronto a far discutere.
In una delle ultime frazioni di questo lungo viaggio iniziato a novembre e destinato a concludersi il 6 febbraio con l’accensione del braciere nella cerimonia inaugurale, nella tappa di Bolzano in calendario martedì 27 gennaio, è annunciata tra i tedofori Carolina Kostner. Stella del pattinaggio artistico sul ghiaccio, bronzo ai Giochi di Sochi nel 2014, più volte campionessa europea e anche mondiale nel 2012, la Kostner è stata una delle atlete invernali più famose e popolari degli Anni Duemila. Lei sì che a differenza di tanti altri meriterebbe l’onore di portare la fiaccola. Se non fosse per un piccolo dettaglio: la macchia della squalifica per doping nel 2015. E come abbiamo già raccontato sul Fatto Quotidiano, il regolamento olimpico pubblicato proprio sul sito della Fondazione Milano-Cortina è chiarissimo: dalla selezione è escluso categoricamente chiunque abbia riportato una condanna.
Nel caso specifico, la vicenda della Kostner è tristemente nota: la pattinatrice fu punita per aver “coperto” il suo fidanzato dell’epoca, Alex Schwazer (attenzione: parliamo della squalifica del marciatore per Epo prima dei Giochi 2012, illecito conclamato e anche ammesso dal diretto interessato, non per quella molto più nebulosa e sempre contestata del 2016). Kostner fu squalificata in primo grado per 1 anno e 4 mesi, poi innalzati a 21 mesi dal TAS (il massimo tribunale sportivo), nell’ambito di un accordo che prevedeva la retrodatazione della pena in modo da permetterle di tornare prima alle gare. Insomma parliamo evidentemente di un caso particolare, che tira in ballo anche i legami personali e scelte sbagliate di vita. Però le regole sono regole. Almeno in teoria: norme alla mano, Kostner non dovrebbe fare la tedofora, eppure è stata contattata ugualmente.




Non è nemmeno la prima volta che succede, visto il precedente di Marco Fertonani, rivelato proprio qui sul Fatto quotidiano, l’ex ciclista, che in passato ha avuto problemi col doping, tedoforo nella tappa di Chiavari. Allora gli organizzatori si erano giustificati spiegando che il suo nome era stato indicato da uno sponsor e poi era sfuggito ai controlli. Insomma, nessuno se n’era accorto. Stavolta non ci sono proprio scuse, perché la storia della Kostner è nota a chiunque mastichi un minimo di sport. Qui nessuno giudica la persona, figuriamoci l’atleta, Carolina Kostner, ma soltanto l’operato della Fondazione. A Milano-Cortina la popolarità viene prima del merito. E a volte persino delle regole.

X: @lVendemiale

i testimoni i geova dei lager nazisti vittime ignorati dalla vulgata ufficiale del 27 gennaio

  canzoni   \  album suggerite
Gam Gam
 Evenu Shalom Aleichem
Auschwitz (Guccini) 
 Anime Salve (De André)
l'assolo   di violino  del  film  omonimo  Schindler's List Main Theme (John Williams)


Con questo  post  concludo   la  carrellata  dei  post  sulla  giornata   \ setimana dela memoria  ,  prima che   diventi sempre  più  retorica   stopposa  e melliflua    oltre  che  ipocrita     come segnalato   nel  precedente  post  : « Moni   ovadia     boccia  il  giorno  della memoria    da qualche anno  è solo  retorica  dimentica  gli altri genocidi   del novecento   ,  è un occasione    di manipolazione » e  succeda     ( ci siamo molto vicino  purtroppo   😢😲 visto che  la settimana del 27  gennaio si parla  solo  di Shoah  e mettono   sullo  stesso  piano\ in unico Genocidio  Olocausto e Shoah   )   come  lo sfogo    del  2023 durante  una  delle  commemorazioni   per  la  giornata    della memoria   Di Liliana  Segre senatrice a vita e sopravvissuta all'Olocausto :« Temo che tra qualche anno sulla Shoah ci sarà una riga tra i libri di storia e poi più neanche quella .La gente, già da anni, dice 'basta con questi ebrei, è una cosa noiosa, la sappiamo, basta parlarne...», sempre  Secondo Segre, « tra qualche anno sulla Shoah ci sarà una riga tra i libri di storia e poi più neanche quella. Le iniziative che possono venire da una vecchia come me a volte sono noiose per gli altri. Questo lo capisco perfettamente »[...  da   Milano, lo sfogo di Liliana Segre: "So bene che la gente è stanca di sentire parlare degli ebrei deportati" di   https://www.milanotoday.it/ 

Un ultima premessa   prima     del post in questione non   sono  testimone di geova   .  Ma quello  che hanno subito nei lager i testimoni di geova ,inieme ai Rom\  zingari di cui ho  parlato nei  post   per la  giornata       della menoria   negli anni  scorsi,  è  uno degli olocausti  nazifascisti  degli argomenti   che   la  vulgata  ufficiale    del  27  gennaio  \  giornata della  menoria (  salvo  ecezioni  per  specialisti  o   siti  a  360 gradi  ) omette e  dimentica  palando solo ed  esclusivamente  degli  Ebrei  .
I testimoni di Geova furono perseguitati dal regime nazista tra il 1933 e il 1945. Nella Germania nazista vivevano circa 25.000[1][2] Studenti Biblici (denominazione che allora avevano i testimoni di Geova). Si stima che circa 10.000 di essi finirono nei campi di concentramento e che di questi circa 2.500 furono uccisi. Centinaia di testimoni di Geova furono uccisi per il loro rifiuto di prestare servizio militare nella Germania nazista e di giurare ad essa fedeltà. La storica Sybil Milton sottolinea il loro coraggio nell'atteggiamento di rifiuto alla Germania nazista[3].[...] .                                      I nazisti, per conoscere il gruppo al quale apparteneva ciascun internato[66], affibbiavano sulla casacca dei detenuti, oltre al numero di matricola, un triangolo rovesciato di colore diverso. I prigionieri erano pertanto generalmente così suddivisi: [...]
un triangolo viola per identificare i testimoni di Geova, i "ricercatori della Bibbia", Bibelforscher[67][68][69][70], perciò detti anche "i viola", die Violetten[71].


Erano anche appellatti dai nazisti con i termini dispregiativi di Kriegsdienstverweigerer, coloro che non prestano il servizio militare, ossia obiettori di coscienza, Bibelwürmer, vermi della Bibbia, derivante da Bibelforscher e Bücherwürmer, topo di biblioteca, Himmelskomiker, comici del cielo, Jordanscheiche, sceicchi giordani, Himmelhunde, cani del cielo, o Bibelbiene, api della Bibbia, che qui assume la connotazione di "pidocchio", che nel linguaggio popolare significa anche "amichetta", "prostituta"[72]. [..]  da  Storia dei testimoni di Geova nella Germania nazista e durante l'Olocausto - Wikipedia

 ma  adesso parlare      lascio la  parola  all'amico   Enrico  Carbini  che  mi  ha  fatto   conoscere  e spinto all'approfondimento di tale  argomento        

     Oggi è il cosiddetto “giorno della memoria” in cui il mondo, solo una volta l’anno, si ricorda di una tragedia immensa. Noi non abbiamo bisogno di una data per ricordare i fratelli che nei campi di concentramento hanno visto e vissuto L’esperienza più atroce. I Testimoni di Geova avrebbero potuto evitarla con una semplice firma. E questo mostra una verità spietata:il male non chiede solo di ucciderti. Chiede che tu gli dia ragione. I Testimoni di Geova furono tra i pochissimi gruppi che non negoziarono.

August Dickmann Campo di Sachsenhausen
Fu il primo obiettore di coscienza giustiziato pubblicamente dal regime nazista.Gli offrirono la libertà in cambio della firma di abiura. Rifiutò.

Franz Reiter Condannato a morte, poi deportatoRicevette il modulo di abiura. Bastava firmarlo.Scrisse al comandante del campo una frase devastante per un regime totalitario:“La mia vita è nelle vostre mani. La mia coscienza no.”

Minna Döhring. Madre, Testimone di GeovaLe portarono via i figli. Le dissero: firma e li riavrai.Non firmò.Lei spiegò più tardi che insegnare ai figli a vivere nella menzogna sarebbe stato peggio che perderli.

La domanda che ci facciamo tutti è: se succedesse a me, riuscirei a fare come loro? Questa è la domanda più onesta che ci possiamo fare. nessuno sa chi sarebbe, prima di esserci dentro.Nemmeno loro lo sapevano.Erano persone normali che avevano fatto, per anni, piccole scelte di coerenza.Ed è qui il punto decisivo.Non si diventa capaci di resistere nel momento estremo.Si diventa capaci prima, nelle cose piccole:La coscienza non è un interruttore.È un muscolo.Chi nei lager non firmò, non lo fece perché improvvisamente eroe.Lo fece perché era già abituato a non cedere.Non dobbiamo sapere se saremmo capaci di morire.Dobbiamo sapere se siamo capaci, oggi, di non mentire a noi stessi.E poi c’è Geova che non abbandona mai. Molti nostri fratelli raccontarono dopo la guerra che, nei momenti di crollo, pregavano sottovoce.Non chiedevano di essere liberati.Chiedevano di non cedere.Lo spirito di Dio, per loro, era proprio questo:una calma, una chiarezza, una pace che permetteva di dire “no” anche tremando. Salmo 34:19 dice: “Molte sono le afflizioni del giusto, ma Geova lo libera da tutte.”Ecco perché i nostri fratelli, diventarono, anche nei campi di concentramento, irriducibilmente liberi.


Concludo    con 

 "Il Silenzio" (1965)  di  Nini Rosso ,  adattamento del Silenzio fuori ordinanza militare.

26.1.26

Moni ovadia boccia il giorno della memoria da qualche anno è solo retorica << dimentica gli altri genocidi del novecento , è un occasione di manipolazione >>

 


Porto Torres, violenza e rinascita nel libro di Patrizia Cadau L’autrice rompe il silenzio e si racconta, nella sala conferenze del Museo del Porto, denunciando alcuni tra i temi più dolorosi della nostra societ

unione  sarda online 26\1\2026

Porto Torres, violenza e rinascita nel libro di Patrizia CadauL’autrice rompe il silenzio e si racconta, nella sala conferenze del Museo del Porto, denunciando alcuni tra i temi più dolorosi della nostra società

Patrizia Cadau, autrice del libro sulla violenza femminile (foto concessa)



La sala conferenze del Museo del Porto di Porto Torres ospiterà la presentazione del libro “Volevate il silenzio, avete la mia voce”, un testo in cui Patrizia Cadau, sopravvissuta ad anni di violenze domestiche, rompe il silenzio e racconta la propria storia denunciando i meccanismi del patriarcato, le complicità sociali e giudiziarie e le strategie di manipolazione del controllo.
Il libro narra la violenza maschile sulla donna e sui figli, inquadrandola nella corretta dimensione pubblica e sociale. Ma soprattutto racconta la liberazione, la rinascita, la speranza e la solidarietà ricevuta. L’evento – organizzato dall’Università delle Tre Età di Porto Torres – rappresenta un’opportunità per affrontare uno dei temi più urgenti e dolorosi della nostra società: la violenza contro le donne.

[...] «L’impegno contro la violenza sulle donne, in particolare, è costante, con eventi che vanno oltre le date consacrate.  “Volevate il silenzio, avete la mia voce”,  di Patrizia Cadau, non un libro, ma “un pugno nello stomaco” così come definito dalla stessa autrice. La vicenda di Patrizia Cadau iniziata nel 2012,  ma ancora attuale per gli interminabili  strascichi  giudiziari , racconta di una donna sopravvissuta ad anni di  violenza domestica, subita insieme ai suoi due figli. Una donna che ha trovato la forza di dire basta a uno stato di oppressione e mortificazione  e di parlare, denunciare, accollandosi e affrontando il rischio di perdere i figli, la diffidenza e la solitudine e, talvolta, il sarcasmo e il disprezzo più o meno aperto di conoscenti e amici. Nella sua non facile battaglia, Patrizia Cadau è stata validamente supportata dal Centro Antiviolenza “Donna Eleonora”  di Oristano e, nei momenti cruciali, ha avuto il sostegno di moltissime  donne e associazioni che non l’hanno lasciata sola. Il  libro è anche una risposta a chi le suggeriva l’opportunità tenere un basso profilo o persino di tacere il suo dramma personale e familiare. Le sue parole sono anche un messaggio di speranza e di incoraggiamento alle troppe donne che non riescono a intravvedere la possibilità di una via d’uscita  dalla violenza e ancora subiscono in silenzio» auspica Clelia Atzori  dell'associazione XconoscereXfare. (  da  Guspini: venerdì 23 gennaio presentazione del libro “Volevate il silenzio, avete la mia voce” di Patrizia Cadau di  La Gazzetta del Medio Campidano  ) 

pensieri sparsi sul 27 gennaio di Ilaria Saglia

 
Ilaria Saglia


Si comincia a leggere la frase
" Il 27 gennaio 1945 furono abbattuti i cancelli di Auschwitz "
Manca il soggetto
Fanno una gran fatica a dire chi ha abbattuto i cancelli. I Russi, forza, ditelo, non è difficile, i Russi
E fanno ancora più fatica a dire chi ha lanciato l'atomica. Dicono " è scoppiata ". Da sola....

ITALIA – SVIZZERA: GIUSTIZIA IN VENDITA ???!!! di Angelo Garro

 Paese che vai, complicità che trovi! 𝗦𝗰𝗮𝗴𝗹𝗶 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗽𝗶𝗲𝘁𝗿𝗮 𝗰𝗵𝗶 𝗲̀ 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗽𝗲𝗰𝗰𝗮𝘁𝗼! Svizzera: si vendono i giudici, si compra la giustizia; il caso Crans-Montana lo dimostra apertamente. L’indignazione di Roma è solo volgare commedia, un’indignazione in Italia solo scenica per la scarcerazione di Jacques Moretti e la moglie Jessica. Quindi l’Italia non è da meno e forse peggio comprando giudici con la politica, con la mafia e con denaro. A Crans-Montana furono 40 giovani a cui ci inchiniamo deferenti, in Italia sono oltre 10mila i Servitori dello Stato che negli ultimi 20 anni vengono strappati alle famiglie con le più svariate e false giustificazioni, come il nostro unico figlio Roberto Garro di 19 anni e i Suoi 3 commilitoni tutti ventenni e tutti morti, militari della caserma “M. Feruglio” di Venzone UD saltati in aria tramite auto bomba al tritolo durante la libera uscita e mai “riconosciuti” dai genitori per impedimento dei vertici dell’Esercito, con esequie militari segrete prive dalla presenza dei genitori; tutto ciò avvallato dai governi dell’epoca e continuati dai successivi fino ad oggi 2026.



Solo dopo 36 mesi ed un’enorme spesa in avvocati e manifestazioni varie (a cui gli altri genitori non vollero aderire) l’11 dicembre 2000, riuscimmo a riesumare quel Milite Ignoto che vilmente lo Stato italiano ci consegnò anonimamente quale nostro figlio, solo così finalmente ritrovammo il nostro Amato Roberto, ma nelle condizioni che nemmeno nella preistoria si sarebbe sepolto un essere umano nonché civile, italiano e cristiano, cioè: totalmente nudo, sporco di fango e sangue e gettato tutto contorto nella bara al pari di un animale selvatico; e dopo 27 anni di appelli, incontri anche ad alto livello politico, non riusciamo ad avere una risposta e tanto meno le scuse governative per il trattamento disumano e animalesco verso un Servitore dello Stato, nonostante i lunghi e farraginosi discorsi televisivi del Presidente della Repubblica oggi Sergio Mattarella, ieri di Giorgio Napolitano, l’altro ieri di Azeglio Ciampi e prima ancora di Oscar Scalfaro, siamo ancora senza scuse e senza giustizia

27 gennaio 2026 di nuovo strumentalizata ad uso politico ed ideologico come in particolare l'anno scorso ?

 leggi oltre  i miei precedenti post   anche  


Per  il momento   quest'anno    non  è come l'anno scorso  in cui tale giornata   misto fra 
ipocrisia e memoria a senso unico e ricordo vero,  è stata dalla maggior parte dei media e lobby pro Israele hanno strumentalizzato la Giornata della Memoria

 da https://www.lindipendente.online/  28 .1.2025 



in occasione della Giornata della Memoria, media e associazioni pro Israele sono scesi in campo per silenziare la funzione storica e sociale del 27 gennaio. “Mai più” non è soltanto uno slogan, non è un esercizio di retorica, piuttosto è un monito impellente affinché tragedie come l’Olocausto non si ripetano; tuttavia, nell’inerzia della comunità internazionale, un altro genocidio, questa volta in Palestina, è già diventato fatto storico. Parlarne, soprattutto in occasione del 27 gennaio, ha acceso l’animo degli amici di Israele, che in un attacco su più fronti hanno provato a sminuire quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania e preso di mira Vaticano, ANPI e varie organizzazioni internazionali tra cui Amnesty e Medici senza Frontiere. Tra i più attivi in questa trasformazione della Giornata della Memoria in una occasione per difendere il genocidio di Gaza o per appiccicare in modo diffamatorio l’etichetta dell’antisemitismo verso chiunque denunci i crimini del governo Netanyahu troviamo al solito alcuni tra i principali quotidiani italiani e diversi “stimati” editorialisti.
Sul Foglio titolano che «la memoria, oggi, è il dovere di affermare un altro mai più». Mai più 7 ottobre, viene specificato poco dopo. Silenzio sul massacro odierno a Gaza, dove Israele in un anno e mezzo ha ucciso più di 47 mila persone (stime al ribasso) — a cui si aggiungono almeno 110 mila feriti — e reso la popolazione infantile locale quella più amputata al mondo. Libero preferisce concentrarsi sulla comparsa di «un nuovo antisemitismo, fomentato dalla propaganda islamica e dai deliri di inattesi “complici” come l’ANPI». L’associazione dei partigiani è finita sotto la lente della critica di varie comunità ebraiche per aver osato parlare di genocidio in riferimento alle violazioni del diritto internazionale commesse da Israele in Palestina. Del boicottaggio verso l’ANPI ne parla anche Il Tempo che, titolando «SCHLEINdler’s List» (un’unione tra il cognome della leader dem e il noto film di Spielberg, NdR), allarga alla «rottura fra ebrei e sinistra nel Giorno della Memoria».
A Roma, nella notte tra il 26 e il 27 gennaio, è stata proiettata sulla piramide Cestia e sulla facciata del palazzo della FAO la scritta: “Se Israele avesse bombardato i treni per Auschwitz, vi sareste schierati con Hitler. Buon Giorno della Memoria”. Il messaggio — come dimostra la proiezione dei loghi storpiati — era rivolto proprio all’ANPI, oltre che a Medici senza Frontiere, Croce Rossa, Emergency e Amnesty. Quest’ultima, a dicembre, aveva pubblicato un rapporto dal titolo eloquente: «Israele sta commettendo genocidio contro la popolazione palestinese a Gaza». Nell’ultimo anno e mezzo Medici senza Frontiere ed Emergency hanno curato centinaia di bambini palestinesi in uno scenario apocalittico, sfidando l’assedio totale israeliano. A fornire assistenza sanitaria alla popolazione gazawi è stata anche la Croce Rossa, pagando con la vita di 30 operatori, uccisi dall’esercito occupante. Un’attività costante di sostegno e informazione, contro un alleato dell’Italia macchiatosi di crimini di guerra e crimini contro l’umanità: queste le “colpe” delle associazioni finite nel mirino dell’iniziativa capitolina. Progetto Dreyfus, un’organizzazione pro Israele, ha sostenuto l’azione senza rivendicarla, descrivendola come «un forte messaggio di denuncia nei confronti dell’ipocrisia delle ONG e dell’ANPI. Le loro campagne social da mesi bombardano gli utenti raccogliendo fondi e sfruttando la pietà con accuse di genocidio e crisi umanitaria, indirizzando odio a senso unico verso Israele».
A dar fastidio, evidentemente, è l’esercizio della memoria, quale strumento di pensiero critico. La risposta a tale affronto appare univoca: tacciare di antisemitismo qualsiasi posizione contraria ai crimini commessi da Israele in Palestina. Una sorta di caccia alle streghe moderna, che non di rado finisce in scivoloni riportati fideisticamente dalla stampa compiacente, come il presunto attacco alla Sinagoga di Bologna rivelatosi poi una bufala totale.
Conoscere la storia per comprendere il presente e prendere posizione. Primo Levi ammoniva sul rischio che le coscienze potessero nuovamente essere sedotte e oscurate. Un rischio oggi quanto mai concreto, complice una congiuntura politica e mediatica che con troppa facilità abbandona la giustizia e la verità per sposare interessi superiori.

[di Salvatore Toscano]








La scelta più brutta. Giampaolo Cassita

Ero indeciso se scrivere del suicidio    dei genitori dell'ultimo femminicidia   o stare ad zitto e lasciare che l'oblio lo coprisse . Ecco che stavo cercando le parole ma l'emozioni createmi dalla lettura  di questo post di Giampaolo Cassitta mi hanno anticipato . 

                                                        La scelta più brutta


Non reggere il dolore, la vergogna, camminare sui binari della disperazione. Non riuscire a soppesare i gesti, non avere la forza di convivere con un figlio assassino, femminicida. Essere genitori e decidere di farla finita. Impiccarsi entrambi. Impiccarsi insieme, con una corda che segnala l’abisso infinito tra una vita destinata al silenzio, al dover essere additati, segnalati, riconosciuti, e una morte che cancella, che lava, come un simulacro maledetto, le colpe di un figlio che non può essere neppure nominato.

Quanta forza c’è voluta per questo gesto? E quanta debolezza? Com’è difficile, sempre, costruire analisi, insultarli in quanto genitori e quindi colpevoli di aver messo al mondo un assassino. Come se fosse tutto facile, lineare, come se quella lavagna fosse divisa da una sola linea: buoni e cattivi.

E allora ditemi voi: da che parte mettiamo i genitori di Claudio Carlomagno, l’uomo arrestato per il femminicidio della moglie Federica Torzullo? In quale girone dei dannati dovrebbero finire Pasquale Carlomagno e Maria Messineo, colpevoli di troppa debolezza o di troppa forza, di troppa disperazione e di poca voglia di continuare una vita comunque segnata, maledetta, conclusa?

Oltre al silenzio, ci vorrebbe un momento lungo di riflessione per tutti coloro che, davanti a una tastiera, continuano a vomitare sentenze. Quelle corde che hanno reciso il collo di due innocenti dovrebbero trasportarci in un silenzio lungo, definitivo e definito.

Non è una tragedia, ma la tragedia. La morte cercata per sfuggire a una vita bastarda, a un figlio. Niente da aggiungere, vi prego

25.1.26

Storie (XXXIV). "La casa di Miss Lina"

Jean si è stancata di vivere in quel motel e consulta le pagine degli annunci in cerca di qualcuno che affitti una stanza a un prezzo decente. Troppo caro, troppo caro, troppo lontano dagli studi. Jean vuole fare l’attrice: alla mattina fa la cameriera in una tavola calda sul Sunset e il pomeriggio è in giro per audizioni. Troppo caro. Troppo caro. Un’ennesima ricerca a vuoto. Poi l’occhio si ferma su un annuncio che sembra perfetto: il prezzo è ottimo e quella casa è davvero poco distante dal diner dove lavora. C’è una sola condizione richiesta dalla proprietaria, che si firma Miss Lina: niente gente del cinema.


Jean, con in mano il giornale, arriva davanti a quella piccola palazzina di Kings Road. È una delle più vecchie di quella strada, un residuo della Hollywood degli anni ruggenti, in mezzo alle nuove villette costruite negli anni Cinquanta. Da fuori appare curata. Una vecchia cameriera le apre la porta, le fa segno di accomodarsi. Jean capisce che è muta e indica l’annuncio. La donna scuote la testa e fa segno di sedersi. Poi sale rapidamente le scale. Jean siede nell’elegante salotto, i mobili sono antiquati, un po’ troppo ornati per i suoi gusti.
Finalmente, dopo un buon quarto d’ora, appare Miss Lina, fasciata in una lunga vestaglia di seta e in testa uno di quei turbanti che Jean ha visto solo nei vecchi film. La voce è flebile.

“Buongiorno signorina. So che è qui per l’annuncio”.

“Sì, sto cercando una camera”.

“Da dove viene?”.

“Chicago”.

“E come mai è qui a Hollywood? Ha un bel visino. Vuole fare l’attrice?”.

“No. Lavoro in un diner qui sul Sunset. Sono venuta con il mio fidanzato, che però mi ha lasciato per un’attricetta. Ho deciso di rimanere, perché comunque non ho più nessuno a Chicago”.


Jean negli anni Cinquanta, con Sterling Hayden
Jean si è preparata per bene quella storia, che peraltro non è del tutto falsa. Effettivamente i suoi genitori a Chicago sono entrambi morti e il ragazzo con cui è venuta ad Hollywood l’ha lasciata per una che lavora nel reparto sartoria della Metro. Semplicemente ha omesso e aggiunto quello che pensa possa far colpo su Miss Lina. E ha visto giusto.

“Mi dispiace, ma d’altra parte da quelli del cinema vengono solo guai. Per quello io non li voglio come affittuari”.

La camera è bella e l’affitto richiesto da Miss Lina è davvero onesto. Le due donne si accordano rapidamente, anche perché la vecchia signora non richiede neppure una garanzia: dal lunedì successivo la ragazza può andare a vivere lì.

Jean è rimasta molto colpita da Miss Lina. Certo è una donna anziana, ma la ragazza non riesce a darle un’età precisa. I lineamenti sono molto belli e gli occhi vivissimi. Jean ha notato che alcune rughe sono disegnate. Miss Lina si è truccata per apparire più vecchia e più brutta di quanto effettivamente sia: una cosa davvero insolita per Hollywood, dove tutti fingono di essere più giovani di quello che sono. Anche i suoi movimenti sono volutamente lenti, quando pensa di non essere vista, Jean ha notato che la donna si muove più velocemente.

Jean è contenta di quella sistemazione. Certo non avrebbe messo nella sua camera quelle tende di pizzo o quel ricercato tappeto, e non avrebbe riempito la mensola del camino con tutti quei ninnoli, ma non può proprio lamentarsi. Per ora lei è la sola pensionante di Miss Lina. L’altra camera è ancora libera, l’affittuario precedente è stato cacciato quando la signora ha scoperto che non era un commesso viaggiatore, ma un press agent della Paramount.

Jean nota che che Miss Lina non sembra mai uscire di casa. Mentre le camere che affitta sono al piano terra, lei vive al primo piano e Jean nel primo mese non l’ha più vista. La sente camminare e a volte chiacchierare con il suo gatto, un siamese che invece spesso scende a controllare le stanze di sotto. Alla fine del primo mese le lascia la cifra pattuita sul tavolino dell’ingresso e poco dopo trova al suo posto una ricevuta firmata solo Miss Lina. Non ha mai visto posta indirizzata a Miss Lina e ovviamente è impossibile chiedere informazioni alla cameriera. In un mese non sa ancora come si chiama la proprietaria di casa.

Jean non ha tempo per pensare a quel mistero. Finalmente ottiene una piccola parte, davvero molto piccola, ma almeno ha una battuta, in Man of La Mancha. Le sembra di sognare: quel giorno è a pranzo a fianco di Sophia Loren e Peter O’Toole le ha versato il caffé.

Hagen Lamont
La locandina del film di Arthur Hiller
Gino Conforti è quello che la mette più a suo agio: è di Chicago anche lui e considera suo dovere far ridere quella ragazza al debutto: “Sai Jean, io ero il Barbiere anche a Broadway, evidentemente è una parte che solo un italiano di Chicago può fare. E non temere la vecchia Rosalie, non è cattiva, è solo inglese”.

Finite le riprese, Gino offre un passaggio a Rosalie Crutchley e a Jean: “Dai ragazze, vi porto a casa”. Jean chiede di essere portata fino al diner. Rosalie le chiede: “Abiti qui?”. Jean non ha il coraggio di dire ai suoi colleghi che la sua padrona di casa non apprezza molto quelli del cinema. Gino insiste: “Non ti preoccupare. Ti portiamo fino a casa”.

Hagen Lamont
Gene Kelly in Cantando sotto la pioggia
L’auto volta per Kings Road e Jean indica la casa. “Tu abiti in quella villetta?”. Gino interroga stupito la ragazza. “Sì, la proprietaria mi ha affitato una stanza”.

“E sai chi è?”.

“A dire la verità, io la conosco solo come Miss Lina”.

“Ragazza mia, tu vivi sotto lo stesso tetto di Lina Lamont”.

Rosalie interviere: “Quella Lina Lamont?”.

“La sola e l’unica – continua Gino – nessuno l’ha più vista dopo quella sera. Qualcuno ci dovrebbe fare un film sulla sua storia”.

Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco puntata DENTRO A RELAZIONI TOSSICHE: LA TEORIA DELLA RANA BOLLITA PARTE I

La metafora della rana bollita è un concetto che spiega come le persone possano rimanere passive in situazioni negative quando queste si svi...