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15.3.26

esiste un altra itqalia il caso di Alicudi che salva i migranti alla deriva in mare

 da Lorenzo  tosa  

Ieri è successo qualcosa che ci riconcilia col mondo e ci ricorda che il Paese reale spesso è molto migliore di quello che raccontiamo ogni giorno. Siamo ad Alicudi, la più piccola delle isole Eolie. Cento abitanti o poco più. Un barchino della speranza carico di 19 migranti, tutti di nazionalità iraniana e irachena, nella notte si trovava in difficoltà in mare poco distante dalla costa quando un
pescatore locale li ha avvistati e lanciato l’allarme. In attesa della guardia costiera, il pescatore li ha raggiunti, soccorsi, prelevati e trasportati un po’ per volta sani e salvi a riva, dove gli abitanti locali li hanno immediatamente soccorsi portando loro cibo, vestiti, beni di prima necessità. Del barchino nessuna traccia, probabilmente spazzato via dalla corrente. E chissà cosa sarebbe successo senza l’intervento provvidenziale di quest’uomo al centro della foto e l’aiuto spontaneo di decine e decine di donne e uomini generosi, accoglienti. In una parola: UMANI. Questa piccola comunità di cento abitanti, con questo gesto, ha riscattato da solo due anni di campagna violenta e razzista, di spersonalizzazione e deumanizzazione nei confronti dei migranti. E io voglio dire loro Grazie. Solo questo.

Dalla famiglia del bosco a Domenico morto per il trapianto sbagliato passando per paolo Borsellino e Giovanni falcone : Meloni fa spot sui bambini da usare per il Si al referendum ma contraddice le sue leggi

capisco fare propaganda e demagogia  elettorale    ma  qui   si supera  il limite  e  si fa  sciacallaggio  . 

da il  fatto quotidiano  15\3\2026

Il bastone coi decreti e le leggi. La propaganda al contrario, sfruttando cinicamente tutti i social, quando la cronaca si presta ad attaccare con acredine i giudici. Vedi il decreto Caivano con la galera per due anni contro i genitori che non mandano i figli a scuola. Ma poi la premier Meloni chiede al Guardasigilli Nordio, che subito esegue, di mandare gli ispettori contro i giudici della “Casa nel bosco” che si sono mossi esattamente nello spirito del decreto Caivano e hanno tolto i tre figli ai genitori che non li mandavano a scuola.La prima inquilina di Palazzo Chigi dice e si contraddice.
È la prima a chiamare la madre del piccolo Domenico che muore all’ospedale Monaldi di Napoli perché i medici hanno commesso errori col cuore da trapiantare. Ma giusto il 7 gennaio, in tutta fretta, il suo ministro agli Affari europei Tommaso Foti ha incassato la nuova legge sulla Corte dei conti che lega le mani ai giudici contabili e “protegge” proprio il medico che sbaglia, perché lo Stato pagherà direttamente il malcapitato per l’errore, ma non potrà rivalersi su quel medico che ha sbagliato.
Succederà pure, semmai vincesse il Sì sulla separazione delle carriere, che Meloni e Nordio, di fronte a un errore del pm, gli rimprovereranno magari di non avere l’esperienza del giudice?MA LA CRONACA impietosamente dimostra che gli errori fatti vengono a galla. La sezione pugliese della Corte dei conti il 25 febbraio ha messo sul piatto della Consulta giusto la legge Foti contestando queste tre righe: “Non costituisce colpa grave la violazione o l’omissione determinata dal riferimento a indirizzi giurisprudenziali prevalenti o a pareri delle autorità competenti”. Se fosse accertata la responsabilità “per colpa grave”, lo Stato risarcirebbe con soldi pubblici i genitori di Domenico, ma non potrebbe chiedere ai medici, grazie alla legge Foti, di versare la somma. Perché sparisce la “colpa medica”, paga lo Stato, e piglia i soldi dalle nostre tasche.Se ne dimentica la propaganda del Sì al referendum diFDI e Comitato Zanon che su Fb piazza due foto: in una c’è pure un medico con lo stetoscopio al collo (paga se sbaglia), dall’altra le toghe (non pagano). Tutto falso. Perché, proprio grazie al meloniano Foti, i medici non pagheranno più.CHE LA LEGGE Foti fosse sciagurata l’ha detto subito il presidente della Corte dei conti, Pasquale Daddabbo: “Dobbiamo applicare la legge, anche quella che può apparire irragionevole, essendoci gli strumenti per sollevare dubbi circa la coerenza delle norme con i principi costituzionali”. Le25 pagine dei giudici contabili pugliesi, firmate dal presidente Antonio D’amato e dal giudice estensore Andrea Costa, dimostrano con una storia vera quale danno possa fare la legge che protegge chi sbaglia. In questo caso, i medici.Il nostro medico si chiama Amedeo Ricci. È stato condannato dalla Corte dei conti a pagare 117.848,40 euro, oltre interessi, rivalutazione e spese di giudizio, a titolo di risarcimento dei danni per un caso di “mal practice medica”. Soldi versati dalla Asl di Taranto. La vittima era l’avvocato Nicola Monticelli che il 9 novembre 2016 viene ricoverato all’ospedale Giannuzzi di Manduria per una sindrome da conflitto della spalla destra e subito “sottoposto all’intervento chirurgico di osteotomia dell’acromion, sutura della cuffia dei rotatori con ancoretta metallica e artrodesi acromion-claveare con due fili di Kirshner”. Il malcapitato però lamenta subito “gravissimi danni alla salute” e si rivolge al Tribunale civile di Roma. Dal giudizio esce vincitore e gli viene riconosciuto un danno per quasi 118 mila euro. La Corte dei conti ritiene che l’esborso patito dallo Stato sia da ricondurre “alla condotta gravemente colposa” del medico. Un’operazione fatta “a cielo aperto anziché in artroscopia”, con una tecnica “ormai obsoleta”. Il medico è “responsabile a titolo di colpa grave per il danno patito dalla Asl di


Taranto”.Ma qui si apre la questione “in diritto”, su “una condotta gravemente colposa di un esercente attività sanitaria in una struttura pubblica”. Inevitabile andare alla Consulta perché proprio le tre righe della legge Foti cancellano del tutto quella responsabilità e per la Corte dei conti contrastano con gli articoli 3, 32 e 97 della Costituzione. Una Consulta che ha già detto la sua nel 2020 criticando lo “scudo erariale”.

L'altra  strumentalizzazione   è   quella  del pensiero di paolo Borsellino

H
anno e ancora provano provato in tutti i modi a usare, strumentalizzare, lasciatemi dire sciacallare Paolo Borsellino assoldandolo come presunto testimonial della campagna per il Sì al Referendum. Tanto che è dovuto intervenire il fratello Salvatore per mettere i punti sulle i e smentire la fake news secondo cui suo fratello sarebbe stato favorevole alla separazione delle carriere.Semmai è vero il suo esatto contrario.“Il timore di mio fratello era che venisse alterata l'indipendenza della magistratura: pensava che una separazione delle carriere avrebbe potuto portare i magistrati sotto l'influenza del potere politico e questo per lui era un pericolo da scongiurare.Chiamare in causa Falcone e Borsellino, due magistrati uccisi affinché non parlassero è un'oscenità. Definire oggi quei magistrati come un plotone di esecuzione come ha fatto il capo di gabinetto del ministro della Giustizia fa rivoltare le viscere. Falcone si riferiva alla separazione delle funzioni e non delle carriere. Sono i magistrati che sono finiti sotto il plotone di esecuzione. Questa riforma è un golpe, un attentato alla nostra Costituzione, non un referendum, per questo mi sono schierato apertamente per il No".Giù le mani da Falcone e Borsellino.Almeno loro risparmiateli.Cazzo

elena varverllo la nuova elena ferrante ?

  


 dalla   trama      o  cenni  d'essa   del suo  ultimo  romanzo   su  

   (illibraio.it)   di   fFebbraio-2026_web.pdf 

Francesco è un ragazzo bello, incorreggibilemente bugiardo, pieno di vita. Diventerà un uomo dal fascino sfrontato e irresistibile, un seduttore, un giocatore d’azzardo che crede nella fortuna amica, un disertore, un fuggiasco. Teresa, al contrario, è nata in una «via di pezzenti», grandi occhi scuri e spalle esili ma volontà di ferro. Diventerà una studentessa serissima, la sola del suo cortile a diplomarsi, una giovane donna che tiene a bada i propri sogni. I due non potrebbero
essere più distanti, eppure si attraggono per quell’impeto della vita che sovrasta ogni cosa, anche il fascismo, anche la guerra, anche la povertà. Con la forza della grande letteratura, Elena Varvello costruisce un romanzo struggente, il racconto di un amore e insieme un affresco di voci, di storie e destini, un confronto serrato con la memoria e i non detti, e ci regala personaggi indimenticabili, pieni di coraggio e ribellione

e    dal  suo  sito ufficiale  




Aveva l’impressione che il mondo intero avesse trattenuto il fiato per vent’anni, e che solo quella notte avesse ripreso a respirare

Solo un ragazzo

Una famiglia che si crede fortunata. Un padre insegnante, che ha sempre a che fare coi giovani. Una madre infermiera, abituata a prendersi cura degli altri. Hanno due figlie e desiderano un maschio, che infine arriva. Tutto va per il meglio, o così sembra.
È attraversando l’età oscura dell’adolescenza, però, che il figlio, questo ragazzo all’apparenza senza nome, buono e gentile eppure sfuggente, nascosto dal cappuccio della felpa, inizia a commettere infrazioni via via sempre più gravi. Nel suo rifugio, una capanna tra gli alberi, pare condurre una vita segreta. Gli piace stare per conto proprio, nient’altro, in fondo è solo un ragazzo. Oppure no? Sarà una notte d’estate del 1989 a rendere quella domanda l’unica a cui cercare risposta.

“Solo un ragazzo” è uscito in Italia nel 2020. Nel 2022, uscirà in Gran Bretagna e Francia.

Ma   sopratutto   dalle recensioni eccetto   ( quella  Alessandro Baricco in quanto   proviene  ed  è  docente presso la Scuola Holden di Torino ) : 

«Molta maestria, molto controllo, ma anche molta autenticità che preme.» Alessandro Baricco «Una scrittura sapiente e con un raro senso della misura.» Nicola Lagioia
 «Polvere da sparo narrativa. I suoi personaggi non solo sono vivi, ma danzano.» Marco Missiroli «Fatti da parte, Ferrante: è arrivata una nuova Elena.» The Independen  di Baric   

sembra    di si 

 

Dal coworking ‘Cocò’ ad Aggius alla comunità diffusa di giovani che scelgono di tornare in Gallura: “Così rivive lo spirito degli stazzi”

 da https://www.sardiniapost.it/culture/

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Residenze d’artista, falegnamerie autocostruite, spazi di lavoro condivisi, laboratori per bambini: in Gallura il ritorno di diversi giovani e la riscoperta della vita rurale diventano dispositivo creativo e comunitario, capace di intrecciare memoria e contemporaneità.

di Andrea Tramonte



Neo-stazzismo‘ è una formula che non richiama il ritorno a un passato romantico e idealizzato ma indica il tentativo di aggiornare in chiave contemporanea lo spirito degli insediamenti rurali che per secoli hanno scandito paesaggio e vita quotidiana in Gallura. Recuperandone alcuni aspetti cruciali: collaborazione, prossimità, mutua assistenza. “La vita negli stazzi non può esistere più come un tempo, quando ci si spostava a cavallo – spiega Giacomo Cossu, architetto -. Ma possiamo autoprodurre il nostro tempo, le nostre interazioni, perfino il nostro divertimento”. È da questa intuizione che prende forma Cocò, associazione di promozione sociale che lavora sulla riattivazione urbana e culturale dei piccoli centri della Gallura. Come spazio è un coworking che ha sede ad Aggius, ma sul piano immateriale rappresenta una serie di relazioni, idee e progetti che

si muovono lungo quella che si potrebbe definire quasi una piccola “città-territorio”, una comunità diffusa che condivide storia, valori e orizzonti di vita. “L’idea nasce dal desiderio di tornare in Sardegna dopo tanti giri all’estero, tra studio, lavoro e incertezze – spiega -. Volevo aprire una ‘casa mondiale’, raccogliere persone come me, lavoratori da remoto che avrebbero abitato qui. Avere le stesse interazioni che trovi viaggiando, ma restando”. Un’alternativa allo spopolamento e all’abbandono delle aree interne e delle zone rurali che rimette al centro relazioni, lavoro e cultura. Il primo step – per Cossu ancora un passo personale – è stato riprendere confidenza con l’idea di tornare nell’Isola nel 2019 fino al trasferimento in pianta stabile due anni dopo, nel 2021. “Sono andato Laconi, da Treballu, e sono rimasto per due settimane: ho avuto modo di approfondire la conoscenza di iniziative di questo tipo. Poi mi sono trasferito a Badesi per due anni dove ho vissuto con galline e gatti, da solo, lavorando come architetto e cercando di spingere il progetto”. Una fase di isolamento operativo e fertile, finché l’incontro con Luca Sarais — “cagliaritano trapiantato a Tempio, storia simile alla mia” — trasforma quel gesto individuale nel nucleo di un progetto collettivo

. Nasce l’associazione, che fin dall’inizio si pone il problema di trovare una casa per questa comunità nascente. Presentano il progetto al Comune di Aggius, “a metà strada tra Badesi e Tempio”. L’amministrazione risponde: se la casa non si trova vi diamo uno spazio pubblico. E così è stato.“Nel gruppo di amici cresciuto nel frattempo l’energia è diventata magnetica per persone che vivevano lì vicino e lavoravano da remoto”, racconta Giacomo. Il luogo diventa insieme ufficio condiviso, centro di produzione artistica, spazio per incontri, laboratori, eventi. È qui che l’idea originaria di “casa mondiale” cambia forma. “La condizione iniziale si è trasformata. Alla fine siamo diventati una comunità diffusa di ragazze e ragazzi tra i 30 e i 37 anni massimo che abitano lo stesso territorio e usano il coworking come nodo, luogo di ritrovo e produzione”. Ci sono Luisa Pesenti, ingegnera, Chiara Pesenti che gestisce un agriturismo in zona, Paola Colombano che ne conduce un altro, Davide Spiga medico, Caterina Vivai artigiana e artista performativa, Emanuele Cau agricoltore, Sebastiano Filippi pittore che insieme a Jessica Scanu gestisce un altro progetto residenziale comunitario e artistico nella loro casa (chiamato “L’una di notte”), Carlo Carboni videomaker che fa la spola tra Roma e Aggius, Lorenzo Pala che si occupa anche di progettazione, organizzazione di eventi e produzione musicale.

La falegnameria autocostruita

Attorno al primo nucleo, insomma, si aggregano competenze eterogenee: c’è chi apre residenze d’artista in case ristrutturate, chi recupera stazzi abbandonati per progetti di ospitalità, chi lavora su agroforestazione e raccolta delle erbe. Nascono i primi laboratori: falegnameria, disegno, ceramica, attività per bambini. Il progetto simbolo oggi si chiama Spaesati e mette al centro l’artigianato come dispositivo comunitario. “Abbiamo costruito una falegnameria in partenariato con l’agriturismoLa Cerra gestito da Chiara. Tutta in legno, in trenta persone, un laboratorio di autocostruzione”.
Quello che Cossu definisce neo-stazzismo inizia a prendere corpo: non una estetica rurale

dominata dalla nostalgia di un passato irripetibile ma infrastruttura relazionale inserita pienamente nella contemporaneità. “Dopo lo stazzismo in Gallura siamo passati direttamente alla società di consumo. Noi vogliamo creare interazioni non basate sul consumo ma sulla produzione, sull’interazione. Tra di noi – anche se viviamo in luoghi diversi, in paesi diversi – ci vediamo più volte alla settimana come fossimo una comune diffusa. La Sardegna che vogliamo è varia, capace di ospitare quelli come noi che non si sentono rappresentati”. Ed è anche qui che si scorge la natura intrinsecamente politica del progetto, nella ricerca di un nuovo senso da dare alle proprie vite e alle comunità cui si appartiene. “Il valore politico è nell’approccio collaborativo, nel mutuo scambio, nell’assistenza, nella crescita collettiva”.

Daniele Terenzi, primo Étoile con disabilità: “La diversità può diventare valore creativo”., Milano, serate in discoteche inclusive dove tutti possono ballare: “Per sentirsi davvero alla pari”

Questa storia è per chi mi dice che parlo di disabilità solo davanti ai grossi eventi come le paraolimpiadi . Se qualcuno\a di voi ha storie o vuoile raccontare la propria disabilità e il modo di viverla ed affrontarla benvenga qui trova spazio . contattatemi o in privato a nei commenti qui sotto o nei social

repubblica online  

L’unico ballerino con una protesi transfermorale, ora anche all’Arena di Verona in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici: “Ci siamo sentiti responsabili di un movimento, è stata vera inclusione”.




È il primo e unico ballerino al mondo con una protesi transfermorale a danzare nei repertori di Classico, Neoclassico e Danze Latine. Dopo un grave incidente che ha comportato la perdita di una gamba e il rischio di non tornare più a ballare, Daniele Terenzi non ha ceduto e nel 2023 è riuscito persino a diventare un Étoile.

Insieme alla Empathy Inclusion Company, fondata con la direttrice artistica Martina De Paolis, ha calcato palchi prestigiosi tanto in Europa quanto in America. E ora, per la prima volta, ha portato la sua danza all’Arena di Verona in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici. «Le coreografie, l’accensione del braciere, tutto fatto insieme: ballerini con e senza disabilità. Ci siamo sentiti responsabili di un movimento, è stata vera inclusione».

Quando ha capito che poteva tornare a danzare?

«All’inizio nessuno credeva fosse possibile. Dopo la riabilitazione ho provato con l’atletica. Sono arrivato terzo alle gare nazionali ma non ho provato alcun entusiasmo, nessuna passione. Quello che mancava era il contatto con il pubblico. Lì è scattato qualcosa e ho deciso: sarei tornato a danzare».

Rivendica l’importanza di mostrare sul palco la protesi. Perché?

«Perché per me è un obiettivo raggiunto, non una disabilità acquisita. È il risultato di qualcosa che non era mai nemmeno stato preso in considerazione nella danza. Ne vado fiero».

Spesso la danza classica è vista come una disciplina selettiva e poco inclusiva. In qualche modo lei sta dimostrando che non è propriamente vero.

«Certo, ma è stato un lavoro molto lungo e faticoso. Ci sono voluti 18 mesi per sperimentare la protesi, il mio è il primo prototipo al mondo. E comunque ha bisogno di costanti aggiustamenti».

È cambiato molto il suo approccio al balletto?

«Sicuramente cambiano i punti di appoggio. Non ho la percezione del piede a terra né del ginocchio. Mi affido completamente a un dispositivo esterno. È una ricerca costante di un equilibrio instabile».

Cosa intende?

«La protesi ti fa sembrare sospeso in aria, ma è allo stesso tempo l’unico punto di appoggio che hai. È un lavoro di fiducia e costante allenamento. Un processo che non può mai essere sospeso».

È come se stesse riscrivendo le regole della danza.

«La considero più una maniera per migliorare le prestazioni. Per me è una questione di necessità, ma è utile anche per i ballerini senza disabilità. È una diversa stimolazione dei muscoli. Capirne la potenzialità aiuta ad avere più controllo del proprio corpo e a pesare meno sulla gamba».

Per la cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici all’Arena di Verona ha scelto di proporre la stessa coreografia dei ballerini senza disabilità. È questa l’inclusione?

«Penso di sì, è stata una scelta condivisa da tutti. Nel 2006 a Torino si era esibita Simona Atzori, ma quella coreografia non aveva permesso di ballare tutti quanti assieme. Ora sì, che è poi quello che facciamo tutti i giorni con la nostra compagnia».

Parla della Empathy inclusion Company. Qual è il vostro obiettivo?

«Dimostrare che il palcoscenico può essere uno spazio dove la diversità diventa valore creativo. Mischiamo i generi, danza e teatro. Ma portiamo sui palchi soprattutto le storie di ciascuno. L’unicità delle performance a servizio di tutti. Non esistono paragoni con i ballerini senza disabilità, ognuno racconta una storia propria».

Ha danzato con ballerini di fama internazionale. C’è una collaborazione che ricorda con particolare affetto?

«Quella con Petra Conti, l’Étoile, perché mi ha aiutato nel percorso di riabilitazione fin dai tempi dell’ospedale. Ricordo molto bene quel periodo. Ero allettato e la vedevo in televisione. A quei tempi mi chiedevo se sarei mai tornato a ballare. Poi l’ho fatto, abbiamo danzato nella stessa serata, sullo stesso palco. È stato simbolico».

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Milano, serate in discoteche inclusive dove tutti possono ballare: “Per sentirsi davvero alla pari”

Il progetto Unisono ha creato un format per contrastare l’esclusione sociale di ragazzi e ragazze con disabilità intellettiva


Mio figlio era felicissimo, non ha smesso di parlare della serata un momento. Grazie mille». Questo è solo uno dei messaggi ricevuti dai ragazzi di Unisono dalla mamma di un giovane con disturbi dello spettro autistico. Parole semplici che però, come racconta la coordinatrice del progetto Arianna Gatti «hanno fatto venire i lacrimoni a tutti».
Il progetto Unisono nasce nel 2021 a Milano con un obiettivo preciso: proporre un format di clubbing inclusivo per contrastare l’esclusione sociale di ragazzi con disabilità intellettiva e disturbi dello spettro autistico. Ovvero, la discoteca per tutti.
L’idea prende forma già qualche anno prima. Nel 2019 Pietro Colombo e Giulio Colombo, allora liceali, si imbattono in un articolo inglese che racconta l’esperienza del clubbing inclusivo a Manchester. Subito decidono di portare il format anche a Milano, adattandolo però a una visione più aperta: serate pensate per tutti, non solo per persone con disabilità. Nel giro di poco tempo il progetto entra nei cuori di molti, fino a diventare un’iniziativa della Walter Vinci Onlus e a vincere un bando del Comune di Milano.
Prima di organizzare le serate, però, il team di ragazzi decide di prepararsi al meglio. «Abbiamo fatto incontri con professionisti e persone con disabilità intellettiva, per capire proprio da loro quali fossero le barriere nel mondo del clubbing», spiega Gatti. Da qui nascono gli eventi realmente accessibili. Il volume della musica è più basso e prima della serata vengono diffuse mappe interattive del locale: «In questo modo i ragazzi possono familiarizzare con lo spazio. Quando entrano sanno già dove andare per pagare o per prendere da bere, in un luogo a loro sconosciuto spesso non lo farebbero». Anche la musica viene scelta con molta attenzione: su consiglio di musicoterapeuti si evitano canzoni con testi particolarmente cupi o tristi. Inoltre, dove lo spazio lo consente, viene allestita una «decompression room», una stanza pensata per aiutare le persone ad abituarsi gradualmente al volume della musica sia all’ingresso che all’uscita. Il lavoro sull’inclusione passa anche dalla comunicazione di Unisono. «Anche la promozione degli eventi deve essere inclusiva», racconta Gatti: no a locandine troppo complesse o caotiche, ma scritte chiare e facilmente comprensibili.
«Dopo i primi eventi, molti dei ragazzi ci hanno raccontato che per loro era la prima volta a ballare o che facevano così tardi la sera, la prima occasione in cui potevano sentirsi davvero al pari dei loro coetanei». Proprio per questo le serate non sono riservate alle persone con disabilità. «Se lo fossero», spiega Gatti, «otterremmo l’effetto opposto: li allontaneremmo ancora di più dall’inclusione sociale. Invece qui da noi la gente viene solo perché si vuole divertire in compagnia».

Fine delle Paralimpiadi invernali 2026: Ebba Arsjö ha grazie alle paraolimpiadi imparato ad accettare la sua disabilità ., le malattie rare nelle storie degli atleti italiani .,Davy Zyw, lo snowboard e la malattia degenerativa: “Mi davano 2 anni di vita ma sono qui e gareggio” ed altre storie



Le  olimpiadi   invernali   paraolimpiche  Non sono solo   come    quelle le  classiche    olimpiadi  invernali   soltanto di competizioni su neve e ghiaccio, ma di un appuntamento capace di raccontare storie umane profonde, spesso segnate da tragedie personali e da straordinari percorsi di rinascita.
Infatti Dietro ogni atleta  soprattuto   paralimpico c’è infatti una vicenda di vita fatta di sacrifici, incidenti, malattie o difficoltà che hanno cambiato per sempre il loro destino. Lo sport diventa così uno


strumento di riscatto e una possibilità concreta per ricostruire la propria identità.
Milano-Cortina 2026: lo sport come simbolo di resilienza
Le Paralimpiadi non rappresentano soltanto una manifestazione sportiva di alto livello, ma anche un potente messaggio sociale. Gli atleti che scenderanno in pista sulle montagne italiane dimostrano ogni giorno come la determinazione possa superare ostacoli che sembravano insormontabili.
Molti di loro hanno iniziato la carriera sportiva dopo un evento traumatico che ha cambiato radicalmente la loro vita. In questo senso lo sport paralimpico diventa una forma di rinascita personale e collettiva. Milano e Cortina ospiteranno atleti provenienti da tutto il mondo, pronti a dimostrare che la forza mentale e la passione possono trasformare anche le difficoltà più dure in nuove opportunità.
Lo sport come seconda possibilità
Per molti protagonisti delle Paralimpiadi lo sport è arrivato durante il periodo di riabilitazione, quando il movimento rappresentava una terapia per tornare alla normalità. Con il tempo, quella che inizialmente era solo una forma di recupero fisico si è trasformata in una passione autentica e in una carriera internazionale.
Storie vere di riscatto sulle piste paralimpicheLe Paralimpiadi sono soprattutto il luogo dove emergono storie personali straordinarie. Alcuni atleti hanno trasformato tragedie personali in incredibili percorsi di rinascita, diventando simboli di resilienza e determinazione. Le piste di Milano-Cortina 2026 ospiteranno campioni che non rappresentano soltanto il proprio Paese, ma anche un messaggio universale di speranza. Le loro storie dimostrano che lo sport può davvero cambiare una vita o rendendo meno triste e sconfortante per chi  ha   invalidità  dovuta ad  incidenti   o  malattie rare   ed  invalidanti   

ecco le  storie  o  meglio un   Wabi-sabi 

 una visione del mondo giapponese, o estetica, fondata sull'accettazione della transitorietà e dell'imperfezione delle cose.
Tale visione, talvolta descritta come "bellezza imperfetta, impermanente e incompleta" deriva dalla dottrina buddista dell'anitya (sanscrito, giapp. 無常 mujō; impermanenza ...  per  ulteriori informazioni  [,,,,,https://it.wikipedia.org/wiki/Wabi-sabi

  che  ,  oltre  a quelle  dei  post  precedenti ,  che    sono  sicur  rimarranno  impresse    nella  storia  delle  olimpiadi invernali paraolimiche   . Fonti  : 1) la pagina  sulle  paraolimpiadi di  www.repubblica.it/sport/,( il  primo    e gli ultimi  tre   post   riportati  )., 2) https://www.osservatoriomalattierare.it/ 06 Marzo 2026  (  il  secondo ) 

CORTINA
Una delle grandi stelle della Paralimpiade di Milano Cortina è svedese, ha 25 anni, ha vinto finora 2 ori e un bronzo nelle tre discipline dello sci alpino. Ieri Ebba Arsjö ha conquistato l’oro in combinata nella categoria standing. Scia in posizione eretta, facendo forza su una gamba solamente. L’altra, la destra, è affetta dalla sindrome di Klippel-Trenaunay-Weber, una rara malattia congenita che si manifesta con vene varicose, accrescimento asimmetrico degli arti e malformazioni artero-venose. La vita di Ebba Arsjö ha attraversato molte fasi. Questa è di certo la più felice.


I successi del 2022

Dopo le due medaglie d’oro conquistate a Pechino 2022, Ebba Arsjö è diventata una celebrità in Svezia: apparizioni in programmi TV, interviste e anche una “fika”, il tradizionale rito del thè con la famiglia reale svedese nella residenza estiva. Arsjö ha iniziato in quel periodo a rendere pubbliche le proprie insicurezze legate al suo corpo e alla sua disabilità. “Non volevo diffondere un messaggio in particolare” ha raccontato al sito Olympics.com prima delle Paralimpiadi, “è semplicemente successo, ho continuato a farlo, e mi piace molto. Mi piace vedere come le persone vengano da me nella vita reale e anche sui social per parlare dei loro problemi e di quelli dei loro figli. Ti fa sentire come se stessi cambiando qualcosa”.
La malattia
Ebba Arsjö è nata appunto con la sindrome di Klippel-Trenaunay-Weber, ma fino all’età di 19 anni ha negato a sé stessa di avere una disabilità. Nonostante i problemi alla sua gamba destra, Arsjö gareggiava nel circuito di sci alpino con atleti normodotati e vinceva gare. Tendeva però a nascondere il suo arto destro, indossando sempre abiti lunghi. Dopo una fase negativa, dovuta all’acuirsi delle differenze sportive tra sé e le sue avversarie normodotate, è arrivata la decisione di passare allo sci paralimpico nel 2021.


"Ora mi piaccio e mi accetto”
“Mi guardo oggi, rispetto a quando avevo 18 anni, e mi piaccio. Guardo la mia gamba e penso: ‘Va bene così ed è qualcosa di positivo’. Non l’avrei mai fatto senza il movimento paralimpico e le Paralimpiadi”. Dopo Pechino 2022 Ebba Arsjö ha iniziato a condividere sui social molte foto in cui la sua gamba destra è scoperta, inclusa una in costume da bagno fissata in alto sulla sua pagina Instagram. “Voglio che altre ragazze con disabilità – e anche i ragazzi – mi guardino e pensino: ‘Posso farlo anch’io’. Voglio mostrare loro: io sono qui, fate come ho fatto io. Diventate molto più forti e anche persone migliori”.


"La mia vita ora è completamente diversa”
Dopo Pechino Arsjö ha ricevuto la Victoria Scholarship dalla famiglia reale, diventando la prima atleta paralimpica a ricevere questo riconoscimento. “Ho mangiato e cenato con la famiglia reale, è stato pazzesco,” ha raccontato Årsjö. “Ha cambiato la mia vita, sicuramente. La mia vita ora è totalmente diversa rispetto a prima di Pechino”. Sono arrivate la tv e la moda. Ma lei non ha mai smesso di essere un’atleta. “Ho accantonato la discesa e con alcune gare di superG semplicemente perché durante la stagione ci sono troppe gare, quindi dovevo tagliare qualcosa ed era più naturale fare più slalom e slalom gigante. Mi piace la discesa, non ne ho paura, è solo una scelta organizzativa. Ho sciato in Francia un mese fa, la prima discesa dopo tanto tempo, ed è stato divertentissimo. Allora ho pensato: ‘Devo farlo!'".
                                                           
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di Francesco Fuggetta, 

Diversi partecipanti ai Giochi sono affetti da patologie presenti fin dalla

nascita. Nei loro racconti, la passione per lo sport è la forza che permette di superare i limiti della disabilità

Non tutte le storie degli atleti che parteciperanno ai Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026 nascono da un infortunio o da un evento traumatico. Tra le maglie azzurre ci sono molti sportivi la cui disabilità affonda le radici in malattie rare o condizioni congenite poco diffuse. Percorsi iniziati fin dalla nascita, segnati da diagnosi complesse e da sfide quotidiane affrontate molto prima di arrivare sulle piste o sul ghiaccio. Sono storie che parlano di adattamento, di determinazione e di talento coltivato nonostante ostacoli importanti.

Ad aprire simbolicamente questo gruppo c'è la portabandiera della delegazione azzurra Chiara Mazzelin gara nello sci alpino, colpita all'età di diciotto anni da un glaucoma – patologia rara in età giovanile – che in poco tempo le ha tolto quasi completamente la vista.

Sempre nello sci alpino troviamo Giacomo Bertagnolliipovedente dalla nascita per un'atrofia del nervo ottico. Già portabandiera della squadra italiana alle Paralimpiadi di Pechino 2022, nelle passate edizioni ha conquistato un bottino di otto medaglie (di cui quattro d'oro) e anche quest'anno è tra i favoriti nella sua specialità. Pochi giorni fa è stato ospite al Festival di Sanremo insieme alla sua guida Andrea Ravelli, all’atleta Giuliana Turra (curling in carrozzina) e alle campionesse Francesca Lollobrigida e Lisa Vittozzi, plurimedagliate alle ultime Olimpiadi nel pattinaggio su ghiaccio e nel biathlon.

Sulle piste delle Tofane ci sarà anche Martina Vozza, in gara insieme alla guida Ylenia Sabidussi. Originaria di Monfalcone, l'atleta 21enne è ipovedente a causa di una rara condizione ereditaria chiamata albinismo oculocutaneo, caratterizzata da una ridotta o assente produzione di melanina in cute, peli e occhi. La malattia provoca ipopigmentazione generalizzata, fotofobia, nistagmo, strabismo e ridotta acuità visiva a causa di uno sviluppo retinico anomalo. Martina, infatti, quando scia vede solo delle ombre. “Ho iniziato a sciare verso i quattro anni, con i miei genitori in settimana bianca, perché a loro piaceva molto; poi, verso i sette anni, abbiamo conosciuto uno sci club dalle nostre parti. All'inizio lo vedevo come un divertimento, mi è sempre piaciuta l'adrenalina ma non volevo iniziare a fare gare”. La sua carriera nasce così, controvoglia, grazie all'insistenza dei genitori e dei suoi allenatori. Agli ultimi Giochi di Pechino 2022 è stata l’atleta più giovane dell’intera spedizione azzurra, non ancora maggiorenne. “A quindici anni ho capito che potevo fare questo nella vita e mi sono data un obiettivo”. Tra le sue fonti di ispirazione c’è la pluricampionessa Lindsey Vonn: “Oltre ad essere una straordinaria atleta mi sembra una grande persona”. Anche Martina spera di rappresentare un esempio per le persone con disabilità, “perché fare sport fa bene e possiamo farlo senza problemi. Lo sport aiuta tutti a crescere, a maturare, a conoscersi meglio, a rendersi conto di tante cose”. Milano Cortina 2026 rappresenta per lei una grande opportunità: “È bello sapere che la mia famiglia e i miei amici potranno venire a vedermi e tifare per me”.

Dalla neve delle piste al ghiaccio del para ice hockey, tra i protagonisti c'è Santino Stillitanonato con agenesia alla gamba destra, una rara malformazione congenita, caratterizzata dalla parziale o totale assenza di segmenti ossei (tibia, perone o entrambi) o dell'intero arto, che può presentarsi come ipoplasia (sviluppo incompleto) o aplasia (assenza totale). L'atleta di Saronno, 56 anni, con la sua prima partecipazione a Vancouver 2010 è il decano della Squadra Italiana a Milano Cortina. “Lo sport ha sempre fatto parte della mia vita. Nonostante l'agenesia alla gamba destra ho sempre desiderato fare qualcosa, sin da quando praticavo calcio con i normodotati e poi, anni dopo, nel settore lanci nell’atletica paralimpica. Del mio sport amo il momento in cui mi dirigo verso la mia gabbia e ripeto a me stesso: “Qui non deve entrare niente”. Amo il fatto di essere io e gli avversari, anche se attorno a me ci sono diecimila spettatori”. Tante le gioie, ma anche delusioni nei suoi numerosi anni di carriera sportiva: “Il momento peggiore è legato alla sconfitta contro la Norvegia ai Giochi di Vancouver. Un’altra delusione risale alle Paralimpiadi di Pyeongchang, quando perdemmo la finale per il bronzo”. Tanti i campioni dello sport del presente e del passato che ammira: “Mi piaceva uno come Nigel Mansell, che ho sempre considerato un po' fuori di testa, come me. Poi, certo, da appassionato di calcio non posso non pensare a campioni come Baresi, Van Basten, ma soprattutto Maradona”. Il viaggio ideale? “Mi piacerebbe andare su una di quelle navi rompighiaccio che attraversano l’Alaska, ma anche visitare l’Argentina, in particolare la Patagonia”.

Un'altra storia che nasce da una condizione congenita è quella di Jacopo Luchiniin gara nello snowboardL'atleta è nato con un'aplasia della mano sinistra, una rara malformazione causata dal mancato sviluppo di una parte della mano o delle dita durante la vita intrauterina. Nel 2018, a Pyeongchang, ha sfiorato il podio per soli due centesimi e a Pechino 2022 ha ottenuto il quinto posto nel banked slalom e il sesto nello snowboard cross. “Le Paralimpiadi del 2018 hanno rappresentato la più grande gioia sportiva e, allo stesso tempo, la più grande delusione. Gioia per il fatto di essere stato convocato, delusione per aver portato a casa la cosiddetta medaglia di legno”. Lo sport è sempre stato parte della vita del 35enne di Prato: ha iniziato con il nuoto per poi cimentarsi nel calcio e nelle arti marziali. Il tutto fino a quando non ha scoperto la sua vera vocazione, fatta principalmente di snowboard, ma anche di surf e skateboard. “Lo snowboard nasce come passione e divertimento. Con gli anni, poi, è venuta fuori la mia indole competitiva e, gareggiando in ambito nazionale e internazionale, ho capito che poteva diventare qualcosa di più”. Non c’è solo lo sport nella vita di Jacopo: “Sono laureato in Scienze Politiche, ramo sociale, e se non fossi diventato un atleta di livello internazionale avrei continuato a lavorare in quel settore, senza però tralasciare l'attività sportiva, che ha sempre rappresentato una costante nella mia vita”. Se dovesse scegliere una meta per un viaggio andrebbe in un posto dove poter portare la sua tavola e surfare: “California o Bali è indifferente, l’importante è che si possa star bene in acqua e con gli amici”.

Infine, nello sci nordico e nel biathlon, c'è Giuseppe Romelenato con ipoplasia femorale bilaterale, una malattia rara in cui entrambi i femori sono sottosviluppati o più corti del normale. Una carriera sportiva lunga e variegata quella di 'Beppe', come tutti lo conoscono: comincia a nuotare, arrivando a vincere il Campionato Italiano del 2006 sui 50 stile libero, ma si dedica con successo anche al triathlon, dove sfiora la qualificazione ai Giochi Paralimpici di Rio 2016, e allo sci di fondo, grazie al compagno di squadra Cristian Toninelli, che lo invita a provare. È nell’inverno del 2016, durante la preparazione atletica nel triathlon, che si innamora dello sci nordico. “Amo molto gli sport di fatica, che richiedono grande resistenza; per questo oltre al nordico pratico triathlon, un multisport che mi favorisce e allena anche per la disciplina invernale”. Così, per il 35enne di Lovere è arrivato il bronzo a Pechino 2022 nella 10 km e il titolo mondiale nel 2023 nella 20 km a Östersund. “Prima di un grande evento cerco di stare il più tranquillo possibile per non consumare energie e arrivare pronto; poi c'è ovviamente l'allenamento. Dal punto di vista tecnico c'è tanto da lavorare, ma si può migliorare solo con il tempo. Quanto a Milano Cortina, i Giochi rappresentano il mio sogno sportivo più grande: vincere una medaglia in casa”.


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Sempre di malattie degnerative colpisce la storia di  Davy Zyw, lo snowboard e la malattia degenerativa: “Mi davano 2 anni di vita ma sono qui e gareggio”
Lo scozzese ha chiuso al 19° il banked slalom: ha una sindrome degenerativa, non sa quanto gli resti da vivere. “Qui con un crowdfunding”



CORTINA – La Malattia del motoneurone (MND) è una sindrome neurologica degenerativa che colpisce i motoneuroni, cioè le cellule nervose che controllano i movimenti dei muscoli volontari: il semplice camminare, parlare, deglutire e respirare diventa gradualmente sempre più difficile. Lo


snowboarder scozzese Davy Zyw ha parlato della “tragica bellezza” di essere il primo atleta affetto da MND a competere alle Paralimpiadi invernali. Ha gareggiato nello snowboard: 19° nel cross, 19° nel banked slalom.

Il  video
In un video su Instagram, Zyw ha spiegato come gli sia stata diagnosticata la malattia nel 2018, quando aveva 30 anni. “Essenzialmente mi è stato detto che mi restavano due o tre anni di vita. Sono passati sette anni e ho lottato per salire gradino dopo gradino fino a entrare nella squadra per le Paralimpiadi. Ho dovuto accettare l’impossibile, accettare il mio destino. Ma dentro tutto questo c’era una libertà. La libertà di capire che nulla è impossibile, ed è questo il messaggio che voglio che le persone portino con sé”.
Commerciante di vini
che lavora come commerciante di vini, ha spiegato che un infortunio gli ha impedito una carriera nello snowboard tra i normodotati: “Ho fatto snowboard per tutta la vita. Io e mio fratello gemello abbiamo iniziato su una pista artificiale a Hillend quando avevamo 12 o 13 anni. Un infortunio al ginocchio mi ha allontanato dalle piste e mi dirottato sul mondo del vino. Ma il fatto che mi sia stata diagnosticata una condizione neurologica degenerativa incurabile non mi ha allontanato dal mio sogno d’infanzia di essere uno snowboarder”. Zyw ha finanziato la sua partecipazione a Milano Cortina tramite crowdfunding e grazie al supporto del suo datore di lavoro.
Una tragica bellezza
“C’è una sorta di tragica bellezza in questa situazione”, ha aggiunto. “Ciò che amo più di ogni altra cosa quando sono sulla tavola, sulle piste, quando entro nella mentalità della competizione è che la disabilità, le sfide quotidiane della MND, il vivere con questa malattia, spariscono e dentro tutto questo c’è una grande libertà. Quando parto, quando mi allaccio la tavola, quando sono al cancello di partenza, la MND può anche essere la ragione per cui sono lì, ma è la cosa più lontana da ciò a cui sto pensando in quel momento. Perché allora sto pensando solo al percorso davanti a me e a come arrivare in fondo al meglio possibile".


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   per   concludere   non è solo paraolimpica    ma  dimostra  come    la neutralità  olimpica   e  paraolimica porti   a  delle assurdità     come   il  vietare  la  denuncia  della  guerra  , quando  bastava  la  difficile    situazione    geopolitica   farli partecipare  sotto la bandiera    dei  neutrali  . 

Oleksandra Kononova: “I miei orecchini contro la guerra qui fanno paura. Russi isolati al villaggio
Quattro medaglie tra fondo e biathlon alle Paralimpiadi, l’ucraina è diventata involontariamente celebre per un’ammonizione ricevuta dalla giuria: “Regolamento assurdo. Noi atleti sentiamo la responsabilità di rappresentare il nostro Paese”

CORTINA  Oleksandra Kononova ha conquistato un oro, un argento e due bronzi tra fondo e biathlon alle Paralimpiadi di Milano Cortina nella categoria standing. Il suo braccio destro è affetto da ipoplasia congenita e non si è sviluppato come il sinistro. Nata nel 1991 a Brovary, una cittadina nell’oblast di
Kiev, è stata cresciuta dalla nonna. Durante la sua prima gara a Tesero ha indossato degli orecchini con la scritta Stop War, ricevendo un’ammonizione dalla giuria. Questo l’ha ferita profondamente.
Venerdì indossava altri orecchini con il Tryzub, il tridente simbolo nazionale ucraino, ieri c’era la scritta Love.
«Ho diversi orecchini perché mi piace portarli, specialmente quelli con simboli nazionali. Ma quando ero nell’area d’attesa prima della cerimonia di premiazione, la persona responsabile degli atleti medagliati è venuta da me e mi ha chiesto quali orecchini indossassi. Me li ha controllati».

Non è stata una scelta libera dunque?
«Esattamente. Se fosse stata una mia scelta, avrei indossato quelli con “Stop War”. Ma poiché ho ricevuto quel richiamo, “violano il regolamento” mi hanno detto, devo usare orecchini alternativi. Ne ho di ancora più diretti, diciamo così. Li sceglierei per ogni gara. Ma dopo il richiamo devo stare attenta».

Com’è l’atmosfera nel villaggio degli atleti a Predazzo?

«L’atmosfera nel villaggio è buona, perché tutte le nazioni sostengono la nostra squadra, sono consapevoli della situazione e ci rivolgono parole di sostegno. Ciò che rovina questa atmosfera amichevole è la presenza di atleti e membri della delegazione russa».

Come viene vissuta la loro presenza al villaggio?
«Nessuno vuole parlare con loro. Nessuno vuole sedersi con loro in mensa durante i pasti. Nessuno li incoraggia. Nessuno vuole fare foto con loro. Queste persone non dovrebbero essere qui. Il comitato organizzatore ci ha sistemati alla massima distanza possibile nel villaggio. Non comunichiamo con loro, cerchiamo di ignorarli. L’unico posto dove possiamo incontrarli è durante i test e in gara».

Avete ricevuto messaggi dal presidente Zelensky?
«Sì, ci incoraggia a fare sempre meglio, è un sostegno molto importante per tutti noi».

Sente la responsabilità, in quanto atleta, di rappresentare la sua patria in questo momento?
«Moltissimo. Ha una valore immenso essere un campione in questo momento della storia del nostro Paese».
 
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Proprio mentre  finivo    questo  post   ho  letto sempre  su repubblica   quest  altra storia  


Intorno a lui girano ragazzi nemmeno nati quando lui debuttava. Quattordicesimo al traguardo, ma la sua storia è tenacità che supera ogni paletto (della vita)
Tornare alle Paralimpiadi a 52 anni



Michael Milton è arrivato al traguardo, ha fermato il cronometro e il suo orologio sportivo con il GPS gli ha chiesto come si sentiva. Una faccina tra cinque possibili. Mmm. Come sentirsi. Non come la faccia più felice ma nemmeno come la più triste. Milton ha scelto quella di mezzo, quella che dice: bene, ma non abbastanza. Aveva appena finito una gara in cui era arrivato quattordicesimo. Su ventisei. Non un risultato memorabile. Non una medaglia. Niente che finirà negli annuari delle Paralimpiadi. Apparentemente. Eppure dentro questo numero c’è quasi tutta la sua vita.
A nove anni gli hanno tolto la gamba sinistra per un osteosarcoma. Quasi subito ha imparato a sciare. A quattordici anni era alle Paralimpiadi di Innsbruck, un ragazzino che si infilava in un circuito di adulti. Ha scoperto così che la velocità non gli faceva paura. Anzi. Gli dava una specie di ordine. Tra il 1992 e il 2006 ha vinto undici medaglie paralimpiche, sei d’oro. A Salt Lake City nel 2002 ha fatto qualcosa che non si vede quasi mai: quattro gare, quattro ori. Sembrava che la natura avesse progettato le montagne per lui.

Poi non gli è bastato. Dopo Torino 2006 si è ritirato dallo sci e due anni dopo era alle Paralimpiadi estive di Pechino nel ciclismo su strada. Ha scalato il Kilimangiaro. Ha corso una maratona con le stampelle, più veloce di chiunque altro prima di lui.


Vent’anni fa, gli hanno diagnosticato un tumore all’esofago, un altro gliel’hanno trovato all’intestino nel 2023. Operazioni, recuperi, cicatrici. Ma quando Milton ne parla, ha un tono quasi distratto, come se fosse un elenco di deviazioni dal suo corso.

Forse è per questo che è tornato alle Paralimpiadi di Milano-Cortina, ora che gli anni sono 52. L’idea gli è venuta una notte mentre lavorava in un resort sciistico in Australia. Non riusciva a dormire. Ha preso il telefono e ha iniziato a leggere i criteri di qualificazione. Quattro settimane prima di Cortina si è fratturato il femore del moncone. Non era nemmeno sicuro di poter partire. Si è presentato al cancelletto del super-G e ha pensato che la paura era tutta lì: non cadere su quell’osso, non te lo puoi permettere. Intorno a lui girano ragazzi nemmeno nati quando lui debuttava. Milton gli racconta che la strada difficile è sempre la migliore, perché quella facile è restare fermi. Ecco perché al traguardo non ha guardato il tempo, ma l’orologio. Le faccine. Come ti senti? Mmm. Quattordicesimo, ma ancora qui.



14.3.26

La denuncia «Bloccata a letto da 12 anni, non mi fanno votare da casa»: Referendum, la battaglia di una sassarese Storia di una ingiustizia, l’appello: «Voglio fare valere i miei diritti»

   Ci chiedono   e  c'invitano a    votare   al referendum       per   una     riforma  o contro riforma    dipende  dai  punti di vista    della giustizia   ma  poi    non  fanno  niente  per  i  fuori sede  o  per gli invalidi    che  non posso  muoversi     da  casa  . Ecco  un caso 

La denuncia
«Bloccata a letto da 12 anni, non mi fanno votare da casa»: Referendum, la battaglia di una sassarese Storia di una ingiustizia, l’appello: «Voglio fare valere i miei diritti»
                                                di Giovanni Bua



Sassari
«Voglio votare al referendum. Per sentirmi viva, partecipe. Non solo un codice a barre attaccato alle ricette e ai programmi di cura. Voglio votare perché il mio corpo va per conto suo, ma la mia testa funziona benissimo. E dentro ha un’opinione convinta».
Annalisa parla dal letto nel quale è bloccata dal novembre del 2013. Da dodici anni non può lasciare la sua casa. Eppure al referendum non potrà votare. Non perché non lo voglia. Ma per quella che lei definisce «la solita burocrazia fredda e lontana, che non capisce mai niente e che mi impedirà di esercitare uno dei miei diritti più importanti». La sua patologia è seria e invalidante. Negli ultimi dodici anni è uscita di casa solo due volte, entrambe nel 2020, per cure indifferibili. Troppo, però, per rientrare nelle maglie – strettissime – delle norme sul voto a domicilio, che consentono di portare l’urna a casa solo a chi è «affetto da gravissime infermità tali da rendere impossibile l’allontanamento dall’abitazione» oppure dipende in modo continuativo da apparecchi elettromedicali.
«Dovrei sentirmi rincuorata – scherza Annalisa – dal fatto di non essere in nessuna delle due condizioni. Anche se in realtà uscire di casa, soprattutto in questa stagione, per me sarebbe incredibilmente complicato e anche molto pericoloso. Come ha certificato subito il mio medico curante». Ed è proprio il certificato medico il primo passo dell’iter che Annalisa decide di intraprendere, aiutata dal suo compagno Giuliano per conquistare il suo diritto al voto. «Con quello Giuliano è andato all’ufficio elettorale – racconta – dove, con grande gentilezza, gli hanno spiegato che serviva un passaggio all’Asl, all’ufficio di igiene pubblica a Rizzeddu».
Quella che sembrava una formalità si trasforma in un piccolo esame. «Ci hanno detto che serviva una visita, nonostante mi seguano a domicilio da anni». La visita però non arriva. Arriva una telefonata. Annalisa risponde alle domande con la consueta lucidità. E “ammette” le sue due uscite nel 2020. Evidentemente abbastanza per chiudere la pratica.
«Dopo un paio di giorni – racconta Giuliano – sono andato a Rizzeddu e mi hanno detto che la pratica era chiusa». Solo che per Annalisa e Giuliano la questione non è affatto chiusa. «Non ce la prendiamo con i funzionari di Asl e Comune – chiariscono – tutti gentilissimi. Diamo per scontato che stiano applicando la legge. Ma questo non ci impedisce di dire che è una legge assurda. Che costringerebbe una persona malata, seguita a domicilio da dodici anni, a uscire di casa correndo rischi seri solo per esercitare un diritto garantito dalla Costituzione. Per non attivare un seggio a domicilio. Mandare un funzionario con una scatola di cartone e un foglio da firmare. Ho amici all’estero che voteranno per posta. Ci sono tante democrazie occidentali dove questo sistema esiste da tempo. Qui invece siamo sempre un passo indietro. Soffocati da una burocrazia senza cuore e senza senso». Qualcuno potrebbe pensare che non sia poi così grave. Che tanti italiani non andranno a votare: «Se mi tolgono un diritto – tuona Annalisa – mi tolgono tutti i diritti». Poi sorride. «Certo, c’è anche un po’ di puntiglio personale. Sto combattendo tante battaglie e ho bisogno di qualche vittoria. Ma più ci penso e più mi convinco che questa è una battaglia che riguarda tutti». Il 22 marzo, comunque vada, nella sua stanza una scatola di cartone ci sarà. «E dentro ci metterò una scheda con il mio voto. Io non sono una che si arrende. E nessuno mi metterà da parte».

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 da Lorenzo  tosa   Ieri è successo qualcosa che ci riconcilia col mondo e ci ricorda che il Paese reale spesso è molto migliore di quello c...