Ho scelto di non di non ” boicottare ” De Gregori e di tenermi quasi tutti i suoi cd live e raccolte. Senza. Gli inediti perchè un. Cantautore che. Fa. Solo. Cover o. Riadattamenti. Di. Suoi vecchi pezzi e quasi. Arrivato alla fine della carriera . Ho preso tale scelta. Perchè. Sono cresciuto. Con la. Sua musica. Ed esse. Sono legati bellissimi ricordi ma soprattutto perchè penso ed applico questa frase : « Invece le canzoni non ti tradiscono, anche chi le fa può tradirti, ma le canzoni, le tue canzoni, quelle che per te hanno voluto dire qualcosa, le trovi sempre lì, quando tu vuoi trovarle, intatte; non importa se cambierà chi le ha cantate. Se volete sapere la mia, delle canzoni, delle vostre canzoni, vi potete fidare.» dal film "Radio Freccia" di Ligabue (Luciano Ligabue) presa da https://www.pensieriparole.it/frasi-film/radio-freccia-(2009)/
Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
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3.6.26
Boicottaggio impossibile. o. quasi , aggiornamento sul caso De gregori \ Eric de Luca
Ho scelto di non di non ” boicottare ” De Gregori e di tenermi quasi tutti i suoi cd live e raccolte. Senza. Gli inediti perchè un. Cantautore che. Fa. Solo. Cover o. Riadattamenti. Di. Suoi vecchi pezzi e quasi. Arrivato alla fine della carriera . Ho preso tale scelta. Perchè. Sono cresciuto. Con la. Sua musica. Ed esse. Sono legati bellissimi ricordi ma soprattutto perchè penso ed applico questa frase : « Invece le canzoni non ti tradiscono, anche chi le fa può tradirti, ma le canzoni, le tue canzoni, quelle che per te hanno voluto dire qualcosa, le trovi sempre lì, quando tu vuoi trovarle, intatte; non importa se cambierà chi le ha cantate. Se volete sapere la mia, delle canzoni, delle vostre canzoni, vi potete fidare.» dal film "Radio Freccia" di Ligabue (Luciano Ligabue) presa da https://www.pensieriparole.it/frasi-film/radio-freccia-(2009)/
24.3.26
Marco Boarino: «Basta con Olimpiadi e Paralimpiadi, l’arte può e deve andare oltre il recinto dell’inclusione»

Infatti : << Anche un monumento scolpito e costruito nella pietra può cambiare. E dà speranza che, prima o poi, una trasformazione attraversi pure l’immobile e immutabile governance sportiva. L’Arena di Verona, da anfiteatro di giochi violenti a tempio della bellezza, ospitando la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi e di apertura delle Paralimpiadi, prodotta da Filmmaster, ha aggiunto un nuovo capitolo alla sua evoluzione millenaria: si è fatta ponte che unisce ciò che la politica sportiva tiene ancora diviso. Dopo aver denunciato l’anacronismo di una separazione netta tra i due eventi, una distinzione che si riflette nel prestigio mediatico e, brutalmente, nella disparità economica dei premi, ci siamo chiesti quale fosse il rapporto dell’arte con il concetto di inclusione nello sport. A risponderci è Marco Boarino, regista della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici di Milano-Cortina. abituato ai grandi formati internazionali, dalle Universiadi di Napoli alla chiusura dei Campionati europei di calcio 2024 a Berlino. >> Questo giornale e fra quelli che giustamente sostengono la visione per cui, atleti\e olimpici e paralimpici debbano avere un unico palcoscenico, un’unica manifestazione, un’unica Olimpiade.
Qual è la sua visione, da artista, che ha dovuto “mettere in scena” la para-cerimonia di apertura? Sottoscrivo pienamente la vostra provocazione. A titolo totalmente personale, credo che il vero obiettivo culturale dovrebbe essere l’abolizione della distinzione. Finché esisteranno due eventi, verrà tollerato un doppio trattamento. La separazione, che vuole mantenere una replica dei Giochi dedicata alle persone con disabilità, consolida la struttura organizzativa e mentale che categorizza e legittima trattamenti e investimenti differenti. Il mio tentativo, insieme ad Alfredo Accatino e Adriano Martella, è stato quello di affrontare la materia con una serietà millimetrica, proprio per evitare che la cerimonia paralimpica venisse percepita come un evento “collaterale” o, peggio, minore. Abbiamo voluto che l’impatto tecnico, visivo e scenografico fosse qualitativamente identico a quello di qualsiasi grande produzione olimpica. Ma la sfida non è stata ed è solo estetica, bensì politica. La cerimonia di apertura delle Paralimpiadi, il magone della guerra e il peso politico delle assenze Nelle scorse settimane abbiamo criticato l’abuso del termine “inclusione”, spesso ridotto a una concessione benevola della “norma” verso la “diversità”. Lei sembra voler andare oltre questo concetto. “L’inclusione”, per come viene spesso intesa, è un principio fragile e un po’ pericoloso, perché presuppone una categoria maggiore che ha facoltà di accogliere una categoria minore. Io preferisco parlare di “accessibilità universale” e di “approccio per persone”. Nel progettare la cerimonia per l’Arena di Verona, abbiamo lavorato su un concetto espresso con lucidità da Claudio Arrigoni: la disabilità non è una mancanza intrinseca dell’individuo, ma una condizione di sbilanciamento tra la persona e l’ambiente circostante. Se azzeriamo le barriere architettoniche e mentali, la discriminazione scompare. Uno spazio non deve essere pensato “anche” per le persone con disabilità, deve essere pensato per tutti. Un gradino è un ostacolo per chiunque abbia una limitazione motoria, ma se lo spazio è fluido fin dal principio, il concetto di diversità decade. La duplicazione di Olimpiadi e Paralimpiadi: quando non si sa come includere, si separa
Come si traduce questa visione in una regia che coinvolge centinaia di performer? Evitando i cliché. Per troppo tempo la narrazione sulla disabilità è oscillata tra la pietà e il “superomismo”: l’idea del disabile che compie imprese impossibili nonostante tutto. Gli atleti e gli artisti con cui abbiamo lavorato ci hanno chiesto una cosa sola: essere considerati atleti e danzatori. Punto. Per questo abbiamo costruito un cast paritario: un terzo di professionisti internazionali, un terzo di studenti delle accademie e un terzo di performer con disabilità. Non ci sono stati “atti” separati o diverse categorie; abbiamo creato una comunità artistica che abitasse lo spazio in modo armonico dall’inizio alla fine. Abbiamo coinvolto artisti come la danzatrice sorda Carmen Diodato e la violoncellista con distrofia muscolare, Valentina Irlando, non come “casi umani”, ma come eccellenze del loro campo. Persino l’Inno d’Italia è stato tradotto in lingua dei segni in diretta e non per servizio accessorio, ma perché fosse parte integrante della performance coreografica. Lei ha collaborato con nomi importanti della ricerca contemporanea, come Yoann Bourgeois e Chiara Bersani.
Che ruolo ha avuto la loro estetica nel progetto? Yoann Bourgeois lavora da sempre sui limiti della fisica e della gravità, temi che si sposano perfettamente con l’idea di un corpo che sfida l’ambiente. Chiara Bersani, invece, è stata molto più di una coreografa o performer; è stata una consulente preziosa che ci ha aiutato a navigare il mondo della disabilità con profondità artistica. Insieme abbiamo immaginato un mondo dove corpi diversi si muovono liberamente. Questa “comunità di umani” nasce attorno a un atto generativo che ha trasformato l’Arena: non ha voluto rappresentare una semplice immagine rassicurante ma l’evidenza di una possibilità di convivenza che dovrebbe essere la norma. Le Paralimpiadi più politiche di sempre. E dopo Milano-Cortina tocca ai Giochi degli Usa Spesso i grandi eventi sono accusati di essere “bolle di sapone” effimere.
Quale impatto spera che abbia lasciato questa cerimonia? Le mie “bolle di sapone”, quando scoppiano, spero lascino un residuo culturale e sociale. Penso al lavoro fatto per L’Aquila capitale della cultura 2026: lì l’obiettivo era consolidare una comunità martoriata, non nascondendo le ferite del terremoto ma trattandole come un germoglio per il presente. Con le Paralimpiadi il discorso è simile. Non serve urlare o usare la retorica per prendere una posizione determinata; lo si può fare con la gentilezza. Credo fermamente che la gentilezza, unita a una visione tecnica rigorosa, sia uno strumento politico potentissimo. Se la stampa internazionale oggi non parla solo della bellezza visiva, ma della profondità della tematica affrontata, allora abbiamo vinto una battaglia culturale. [ .... ]
Resta però il nodo della politica sportiva. Come si spiega allora che, lo sport, laboratorio del limite e celebrato dall’arte nella sua massima maturità, resti ancorato al bisogno di separazione? la. risposta la dà nella bella intervista lo stesso Marco sempre al ILDomani << Il mondo olimpico è diventato un apparato mastodontico così imponente da rischiare di tradire la sua vocazione originaria. Oggi, paradossalmente, sono le Paralimpiadi a custodire l’essenza più radicale dello sport, in cui la competizione non cancella l’umanità. Ed è inaccettabile che continuino a essere confinate in calendari separati, con risorse e riconoscimenti minori. Con la nostra cerimonia abbiamo voluto affermare una posizione netta: l’arte può e deve andare oltre il recinto dell’inclusione, perché non è un gesto di benevolenza, è un diritto politico. L’arte apre varchi, scardina gerarchie, mostra ciò che dovrebbe essere ovvio. Questo è il seme che abbiamo piantato, affinché dalla prossima Olimpiade non ci siano più compartimenti stagni e separazioni da “includere” ma un’unica comunità sportiva che riconosce pari dignità, pari visibilità e pari valore a tutte le persone che la abitano. L’ideologia dell’inclusione è una moda: le Paralimpiadi e l’uguaglianza generalizzata >>.
concludo con quanto dice l'amico e viaggiatore come me Sandro Demuru in “ Verità nel fuoco” in formato PDF direttamente online: https://drive.google.com/.../1IvR7H-w6A9Nrf5dr2D6.../view...
4.3.26
Il Paradosso della Tolleranza: come l’estremismo usa la libertà di parola per abolirla
Le democrazie occidentali sono sotto attacco dall’interno: gruppi radicali sfruttano le garanzie costituzionali per diffondere odio e silenziare ogni critica, trasformando il garantismo in un’arma

Il paradosso di Popper oggi: quando la tolleranza diventa un’arma contro la democrazia
Karl Popper, nel 1945, formulò il celebre “paradosso della tolleranza“: se estendiamo la tolleranza illimitata anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi. A ottant’anni di distanza, questa non è più una teoria filosofica, ma la cronaca quotidiana delle democrazie occidentali. Oggi assistiamo a una strategia raffinata e perversa messa in atto dai movimenti dell’Islam radicale e dai loro fiancheggiatori: utilizzare gli strumenti della democrazia liberale – in primis la libertà di parola – per eroderla dall’interno.
La libertà di parola come scudo e come spada
Il meccanismo è asimmetrico. Da un lato, i predicatori d’odio e gli attivisti radicali rivendicano il diritto assoluto di esprimere concetti anti-occidentali, antisemiti e violenti, appellandosi all’articolo 21 della Costituzione o al Primo Emendamento. Gridano alla censura ogni volta che si tenta di porre un argine alla loro propaganda.
Dall’altro lato, però, utilizzano la stessa libertà per intimidire, minacciare e silenziare chiunque osi criticarli. È una guerra combattuta nelle aule di tribunale, sui social media e nelle piazze. Chi critica l’Islam politico viene immediatamente etichettato come “islamofobo“, un termine che è stato armato per diventare un bavaglio. Come sottolineato da diverse analisi nel Regno Unito, la definizione stessa di Islamofobia rischia di diventare uno strumento per bloccare ogni legittima indagine critica, creando di fatto una legge sulla blasfemia non scritta ma socialmente imposta.
Silenziare il dissenso
Questa dinamica crea un clima di autocensura devastante. Giornalisti, accademici e politici europei misurano ogni parola, non per rispetto della verità, ma per paura delle conseguenze. Conseguenze che non sono solo legali (querele temerarie), ma fisiche. Abbiamo visto in Francia, in Olanda e in Scandinavia cosa succede a chi “offende” la sensibilità dei radicali: scorte armate a vita, o peggio.
In questo scenario, la libertà di parola diventa un privilegio unilaterale. L’estremista è libero di urlare in piazza che vuole la distruzione dello Stato che lo ospita; il cittadino democratico ha paura di dire che non è d’accordo. Alcuni opinionisti evidenziano come questa retorica anti-liberale prosperi proprio grazie alla copertura del “free speech“, creando un cortocircuito logico che paralizza le istituzioni.
La trincea accademica: dove il pensiero critico va a morire
Un fronte decisivo di questa battaglia si trova, purtroppo, proprio nei luoghi deputati alla formazione del pensiero critico: le università. È qui che il paradosso della tolleranza trova la sua applicazione più distopica. Gruppi organizzati, spesso legati a sigle dell’Islamismo politico, hanno stretto un’alleanza tattica con certi movimenti studenteschi radicali. L’obiettivo comune? Impedire che si parli di certi argomenti.
Conferenze annullate, professori minacciati, relatori sgraditi a cui viene impedito di parlare tramite proteste violente: il campus universitario non è più l’agora del dibattito, ma una zona in cui vige il pensiero unico. La scusa è sempre la “protezione” delle minoranze da presunti “micro-traumi” verbali. In realtà, si sta creando una generazione di studenti convinti che le parole siano violenza fisica e che, di conseguenza, rispondere con la censura (o la violenza reale) sia legittimo.
Questo clima accademico ha un effetto a cascata sulla società. I futuri giornalisti, giudici e politici che escono da queste accademie hanno interiorizzato l’idea che criticare l’Islam radicale sia un atto di razzismo inaccettabile, rendendo di fatto impossibile qualsiasi analisi laica e obiettiva del fenomeno religioso e politico.
La strategia del “Lawfare”: la guerra per vie legali
Accanto alla pressione sociale e accademica, c’è quella economica e giudiziaria. È il cosiddetto “Lawfare“, l’uso della legge come arma di guerra. Organizzazioni ben finanziate, spesso con fondi provenienti da paesi extra-europei, querelano sistematicamente chiunque osi pubblicare inchieste scomode sui legami tra moschee locali e terrorismo internazionale, o sulla gestione opaca dei fondi per il welfare.
Non importa che la querela sia fondata o meno; l’obiettivo non è vincere in tribunale, ma sfiancare l’avversario. Un giornalista freelance o una piccola testata locale non hanno le risorse economiche per sostenere anni di processi. Di fronte alla minaccia di dover pagare decine di migliaia di euro in spese legali, molti scelgono la via più semplice: il silenzio. Ritirano gli articoli, chiedono scusa, e smettono di indagare. È una censura “soft”, invisibile agli occhi del grande pubblico, ma terribilmente efficace. In questo modo, il diritto alla difesa legale – pilastro della democrazia – viene pervertito e trasformato in uno strumento di oppressione per garantire l’impunità a chi lavora contro la democrazia stessa.
L’aggressione ai valori liberali
Non si tratta solo di parole. La retorica violenta, protetta dal “diritto di opinione”, prepara il terreno per l’azione. Quando si permette di definire interi gruppi di persone (ebrei, “infedeli”, donne emancipate) come nemici legittimi, si sta armando la mano di chi poi passerà ai fatti. L’errore dell’Occidente è trattare l’Islamismo radicale come una semplice opinione diversa, da tutelare nel grande mercato delle idee. Ma non è un’opinione: è un sistema operativo totalitario che non riconosce la legittimità dell’altro. Usano la nostra tolleranza come un cavallo di Troia. Entrano nelle istituzioni, nelle università e nei media chiedendo diritti, ma una volta ottenuto spazio, lavorano per negare quegli stessi diritti agli altri.
Rompere il paradosso
Come se ne esce? Le democrazie devono ritrovare l’istinto di sopravvivenza. Difendere la libertà di parola significa anche tracciare una linea netta tra il dissenso e l’incitamento alla distruzione della democrazia stessa. Non è intolleranza impedire a qualcuno di predicare la fine della libertà; è l’essenza della difesa costituzionale. L’Europa deve smettere di essere ingenua. Le leggi contro l’odio non possono essere applicate a senso unico. Se un movimento politico o religioso usa la libertà di parola per minacciare l’esistenza fisica o civile dei suoi oppositori, quel movimento si è posto fuori dal perimetro democratico.
Conclusione
Il paradosso di Popper ci avverte: la tolleranza non è un patto suicida. Se continuiamo a permettere che i nemici della libertà usino le nostre leggi come armi contro di noi, ci sveglieremo un giorno in una società dove l’unica libertà rimasta sarà quella di obbedire ai più violenti. È tempo di togliere la maschera a chi invoca i diritti per cancellare i doveri, e usa la democrazia per instaurare la teocrazia.
5.10.25
Fabrizia Olianas la libertà sui verdi pascoli ., «Vado sott’acqua contro i pregiudizi» Alessandro Vacca ha la sindrome di down: ottiene il brevetto da sub

Dall’altopiano si scorge il lago Flumendosa, tutto attorno silenzio e verde. C’è solo lei, con un gregge di capre e una mandria di mucche. Questo è il lavoro che ha scelto: la pastora, lasciando l’attività di famiglia circa dodici anni fa. L’incontro con le caprette è folgorante, non c’è più modo di tornare indietro, segue il suo istinto e il bisogno di una vita all’aria aperta abbandonando una strada già tracciata. «Nella mia famiglia nessuno ha fatto o fa il pastore. Mio padre ha una macelleria dove ho lavorato dall’età di 16 anni fino ai 26, poi ho deciso di cambiare vita», racconta Fabrizia Olianas, 41 anni di Villanova Strisaili.
A prima vista
Un amico pastore le fa conoscere da vicino questo mestiere e l’incontro con gli animali è amore a prima vista, così Fabrizia comincia ad aiutarlo tutti i giorni con le varie mansioni, impara a mungere e a fare il formaggio. «Sono sempre stata amante degli animali fin da piccolina – ricorda -, e anche un po’ ribelle. Non amavo un lavoro chiuso fra quattro mura, così nel 2013 ho iniziato ad allevare capre e mucche. La scelta di lasciare la macelleria non è stata vissuta in maniera molto felice da mio padre, ma poi si è rassegnato». In questo periodo dell’anno il lavoro è meno pesante, principalmente si occupa di dare da mangiare alle capre e alle mucche e di portarle al pascolo; in altre stagioni si dedica anche alla mungitura e a fare il formaggio, anche se i problemi non mancano mai. Burocrazia e malattie che colpiscono gli animali mettono a dura prova Fabrizia: «A volte mi viene voglia di mollare tutto, da quando ho iniziato le cose sono notevolmente peggiorate – spiega -, e il futuro non lo vedo roseo. Lavori tanto, le spese sono sempre più delle entrate e le malattie dimezzano il gregge. Però quando arrivo nelle stalle, loro mi incontrano e mi fanno le feste, mi passa tutto. Continuo per amore verso i miei animali».
Appena nati
Un amore così grande che arriva ad ospitare in casa propria intere famigliole di capretti appena nati, a rotazione, da novembre fino a marzo. Infatti, per tentare di salvarli dalle malattie l’unico modo è tenerli lontani dalle stalle. «Il mio sogno nel cassetto è sempre stato quello di aprire un mini caseificio per lavorare il prodotto, ma visti i tempi penso che dovrò abbandonarlo. Non mi sento aiutata burocraticamente. In Trentino, per esempio, i pastori possono fare il formaggio nelle malghe e possono venderlo, qui bisogna per forza avere un caseificio. Ma, se ci pensate, con il caseificio il prodotto diventa “unificato”e uguale per tutti, mi piacerebbe che cambiassero tèle regole», spiega Fabrizia. Ai giovani non consiglierebbe mai di intraprendere questa strada, ma per fortuna il denaro non è l’unico metro di giudizio: «Alla fine dei conti, questo lavoro mi fa stare bene. Mi ha insegnato a stare da sola, a conoscermi meglio, a convivere con me stessa. Sei solo tu e gli animali, la forza me la danno loro», conclude.
Infatti da La storia della pastora Fabrizia Olianas | Ogliastra - Vistanet
«Mestiere difficile, non si stacca mai»: la storia della pastora sarda Fabrizia Olianas

Olianas, che alleva mucche e capre, lamenta la mancanza delle istituzioni nel risolvimento dei problemi relativi a quello che, nell’Isola, è un settore trainante: «In Sardegna, ormai, gli animali vengono colpiti da tantissime malattie. Siamo lasciati soli, manca proprio un piano preciso di risanamento delle greggi, mancano i veterinari che dicano come fare, che aiutino nell’arginarle. Il problema, ad oggi, è più che altro pratico.»
Ma non manca il problema economico. Olianas è perentoria: con gli attuali prezzi di mangime è difficile poter arrivare a fine mese sereni, senza contare il prezzo bassissimo del latte – che negli anni scorsi portò a una violenta rivolta popolare.
«Le capre si ammalano di CAEV, di paratubercolosi e c’è anche il tumore nasale enzootico che le affligge per il quale non c’è cura, non ci son vaccini. Per i bovini, adesso, ci mancava solo la malattia emorragica epizootica del Cervo, che sta portando conseguenze disastrose. Una moria di animali non indifferente, che rischia di mandare tutto sul lastrico. Senza considerare che quelli che restano in stalla, fermi, non procurano soldi ma solo spese.»
«Le malattie che ci sono sembra quasi non le vogliano debellare, mentre ci si concentra su quelle quasi sparite, a mio parere.»
Oltretutto, in questo periodo non è nemmeno possibile organizzare o partecipare a proteste: «Siamo a novembre, non ci si può allontanare nemmeno mezza giornata. Le proteste si possono fare d’estate, non ora che sarebbe dannoso spostarsi.»
Tanto si parla di biodiversità che Fabrizia aveva anche l’idea, che pensava di concretizzare a breve, di allevare la tipica capra sarda: «Fanno solo un litro di latte, sono molto piccole, ma quel litro è veramente buonissimo. Ho fatto anche corsi per fare il formaggio e altre cose, ma purtroppo ormai si munge poco. Tra prezzo del latte e rincaro sul mangime non è possibile fare passi simili.»
Una situazione disastrosa, come lamenta Olianas, che è destinata ad andare sempre peggio, a meno che le istituzioni, con una mano sul cuore, non si impegnino a salvare quello che è un settore importantissimo per l’Isola.
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cazzegiando fra le pagine social trovo su L'Eco di Barbagia - da cui ho tratto la foto a sinistra - e su - non riesco ad incorporare il video - : ALESSANDRO, IL SUB SPECIALE ADOTTATO DAL "COMSUBIN": IERI LA CONSEGNA DEL BREVETTO - di Videolina
Emozione
Dice che a casa hanno pianto tutti - di felicità, ovviamente -, anche i vicini. Perché nel quartiere cagliaritano che solitamente fa parlare più per il male che per il bene, Alessandro lo conoscono in tanti e fanno il tifo per lui. Scarpe da ginnastica, bermuda blu e t-shirt in tinta, si sistema sulla poltrona, tira fuori il tesserino e lo mostra con orgoglio. Non ha certamente problemi d’autostima. Così se gli chiedi cosa si prova a essere unici non ha neanche bisogno di pensarci: «Sono diventato famoso in tutto il mondo». Poi ritratta: «Magari lo diventerò dopo l’articolo. Ma davvero lo pubblicate sul giornale?». E tra un abbraccio e un altro racconta la sua storia, che alla fine non è poi così diversa da quella di qualunque altra persona normodotata. Fatta di sfide, di cadute, di amicizie e di amore. Tanto. «Quando ero piccolo mi prendevano in giro, soprattutto a scuola. È capitato che anche un’insegnante mi escludesse mandandomi fuori a mangiare il panino». Ricordi dolorosi, che per un istante adombrano il suo volto e testimoniano un passato dove ancora la diversità era vista come un qualcosa da relegare in un angolino, quasi a volerla tenere nascosta. «Per fortuna le cose sono cambiate: ora ci sono meno pregiudizi e vorrei che la mia storia servisse per dimostrare che anche se sono down posso fare tutto».
I due mondi
E in quel tutto non manca nulla. Ci sono le bombole, la tuta da sub e tanta determinazione, che dopo cinque mesi di immersioni gli hanno permesso di ottenere il tanto atteso brevetto. Come se tra i fondali trasparenti come il suo animo avesse abbattuto uno di quei limiti di chi s’ostina a vedere soltanto le difficoltà e non le straordinarie potenzialità di Alessandro e di tanti altri ragazzi diversamente abili. Che come lui, passo dopo passo, sono riusciti a integrarsi perfettamente nella società. «Nel mondo c’è spazio per tutti e un posto comodo per ognuno di noi».
Lui forse lo ha capito grazie alla polisportiva Olimpia Onlus, fondata da Carlo Mascia, che è andato a prenderselo a casa dieci anni fa. Perché, come dice sempre, la vita è fuori, anche per i disabili. Non dentro gli istituti o tra le mura di una cameretta. Da allora Alessandro non si è più fermato. Ha una vita super impegnata, a casa aiuta mamma Franca che fa l’ambulante al mercato di Sant’Elia. Contribuisce alle spese familiari con la sua pensione di invalidità, e gli altri soldi li mette da parte per le trasferte, dentro una borraccia. Niente salvadanaio: «È la prima cosa che ruberebbero i ladri». Sorride ancora. Anche mentre pensa al sua papà che non c’è più: «Se fosse ancora qui sarebbe stato tanto orgoglioso del brevetto».
L’amore e le amicizie
«Vorrei che la gente sapesse che anche i disabili si innamorano. Cioè, voglio dire che l’amore non è un’esclusiva dei normodotati». Un concetto a cui Alessandro tiene particolarmente. Lo dice a modo suo, e lo dimostra benissimo con i fatti. «Ho conosciuto Veronica quattro anni fa, al mare. È stato un colpo di fulmine, la amo tantissimo». Sentimento ricambiato, da lei che ha trent’anni, e con Alessandro condivide quella stessa sindrome di down che evidentemente non ferma la vita. «Puoi scriverlo per favore che le ho anche chiesto di sposarmi?». E siccome è uno che le cose le fa seriamente, si è messo in ginocchio, le ha regalato l’anello e guardandola dritta negli occhi le ha chiesto di diventare sua moglie. Così, dopo la discesa nei fondali ora è pronto a salire sull’altare. Ci saranno anche i suoi amici, ad accompagnarlo. Quelli della polisportiva, e tanti altri che gli vogliono bene per ciò che è. Un 41enne che ha dimostrato a se stesso e a chiunque altro che con buona volontà, impegno e un’assistenza che dovrebbe essere garantita a tutti, si può arrivare in altro. Sempre di più. Anche se sei down.
9.8.25
La rivoluzione silenziosa delle donne senza figli né marito Il nuovo racconto dell'autonomia femminile . voi che ne pensate ?
sfogliando la home mozzilla firex fox ho trovato qiuest articolo di https://www.nssgclub.com/it/lifestyle/
Fino a qualche decennio fa sarebbe stato impensabile e inaccettabile. Una donna sola, senza figli, magari oltre i 35 anni, veniva guardata con sospetto. C’era qualcosa che non andava. Doveva esserci, per forza, almeno in Italia. Oggi, invece, quel sospetto sta cedendo il passo a un nuovo racconto: quello dell’autonomia, della libertà, della possibilità reale di scegliere. E i numeri lo confermano. Secondo previsioni pubblicate da Morgan Stanley nel 2020, entro il 2030 il 45% delle donne americane tra i 25 e i 44 anni sarà single e senza figli. A distanza di anni, queste stime sembrano diventare realtà. Anche in Europa e in Italia si assiste a una trasformazione radicale, silenziosa ma potente. Negli ultimi vent’anni, la percentuale di persone single in Italia è passata dal 20% al 38%. E tra le donne under 45, il 13,5% si dichiara single per scelta. Una scelta che, nella maggior parte dei casi, non è dettata da un rifiuto dell’amore o della genitorialità, ma da un sistema che ha cambiato profondamente le sue regole. Si rimanda sempre più in là l’età del matrimonio, aumentano i divorzi, le aspettative si alzano e si fa strada un desiderio legittimo (e finalmente socialmente accettato) di priorità diverse: carriera, stabilità economica, benessere mentale. Molte donne dichiarano di essere più felici da single che in una relazione. Dati che sembrano suggerire che questa "solo life" sia, in realtà, un nuovo modo di abitare la propria libertà. Ma questa libertà è davvero per tutte?
Scegliere o rinunciare: le donne e la maternità nel contemporaneo
La domanda sorge spontanea: siamo di fronte a una reale possibilità di scelta o a una nuova forma di costrizione, più sottile e meno visibile? Se da una parte cresce la consapevolezza femminile e il desiderio di autodeterminazione, dall’altra non si può ignorare il peso dei vincoli materiali: la precarietà lavorativa, i salari stagnanti, la difficoltà di trovare una casa autonoma, le disparità ancora forti tra uomini e donne sul lavoro. L’ingresso nell’età adulta è sempre più in ritardo perché richiede tempo, risorse, una stabilità che per molti è ancora un miraggio. E anche nelle coppie, la cura familiare continua a gravare prevalentemente sulle spalle delle donne. In assenza di un welfare realmente efficace, di servizi pubblici capillari e di una cultura del lavoro che valorizzi la genitorialità senza punirla, molte donne finiscono per rinunciare alla maternità non per scelta, ma per mancanza di alternative. In Italia, ad esempio, per una persona single è quasi impossibile adottare e il carico mentale ed economico della genitorialità resta ancora altissimo, soprattutto se affrontato da sole. Non a caso, anche tra le coppie che decidono di avere figli, spesso si opta per uno solo e in età sempre più avanzata.
Una questione culturale, non solo demografica
Questo scenario non racconta solo un mutamento nei numeri, ma soprattutto nei valori. Cresce l’idea che la realizzazione personale possa passare anche da strade ancora ritenute "non convenzionali". Le donne non vogliono più sentirsi incompiute solo perché non sono madri o mogli. Il modello del "per sempre" vacilla, sostituito da relazioni più fluide, convivenze non ufficializzate, identità affettive in continua trasformazione. Ma questo non significa che l’amore o il desiderio di costruire relazioni stabili sia sparito. Al contrario, la nuova sfida sembra essere quella di trovare un modo per far convivere l’indipendenza con il desiderio di connessione. Costruire una vita adulta senza dover sacrificare la libertà o, all’opposto, rassegnarsi alla solitudine. Per molte donne, il bivio si presenta così: o carriera o famiglia, o libertà o relazioni. Ma forse, la vera rivoluzione sta proprio nel sottrarsi a questa logica binaria. Immaginare un futuro in cui l’autonomia non sia sinonimo di isolamento. In cui una donna possa scegliere entrambe le strade, senza sentirsi sbagliata o fuori tempo massimo.
Oltre il mito della super-donna
Quello che ancora manca, forse, è un racconto collettivo più onesto e meno performativo. Siamo passate dall’ideale della donna-madre angelo del focolare a quello della donna realizzata, ambiziosa, multitasking. Ma in entrambi i casi, la pressione è altissima. La donna perfetta di oggi è indipendente, in forma, soddisfatta, piena di hobby, viaggi, passioni, progetti. E se decide di non avere figli, deve anche saper spiegare perché, giustificarsi, dimostrare di "valere" lo stesso. Il rischio è quello di passare da una gabbia all’altra. E di perdere, ancora una volta, la possibilità più importante: quella di scegliere con leggerezza, con autenticità, senza dover essere costantemente all’altezza di un modello, qualunque esso sia.
Il futuro che (forse) ci aspetta
Che sia una nuova tappa della rivoluzione femminile o una risposta forzata a un contesto ancora troppo diseguale, è chiaro che il profilo delle donne del futuro sarà molto diverso da quello del passato. Più autonome, più consapevoli, più esigenti. Forse anche più sole e più stanche. La sfida, per le prossime generazioni, sarà costruire un modello sostenibile di felicità e relazione. Un modo nuovo di vivere l’amore, la genitorialità, il lavoro, senza dover rinunciare per forza a una parte di sé. Dove le scelte siano davvero libere, e non l’effetto collaterale di un sistema che ancora non funziona.
11.7.25
Unorthodox – Una fuga verso la libertà: la mia opinione sulla serie Netflix
Unorthodox è una miniserie televisiva tedesca e statunitense ideata e scritta da Anna Winger e Alexa Karolinski, diretta da Maria Schrader e basata sull'autobiografia del 2012 di Deborah Feldman Ex ortodossache ha lasciato il movimento Satmar, una comunità chassidica di New York. Il rifiuto scandaloso delle mie radici chassidiche (Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots). La miniserie è stata scritta da Anna Winger e Alexa Karolinski, Unorthodox è la prima serie di Netflix quasi interamente recitata in yiddish.
Incuriosito da questa serie suggeritami da amici fra cui un amica laureata in arabo del medio oriente ho approfondito tramite loro e un documentario di 20 minuti, Making Unorthodox, che racconta le riprese e il processo creativo dietro la serie.E altre recensioni e letture sula serie in particolare : Perché devi vedere assolutamente la serie Unorthodox su Netflix di https://www.tag24.it/ ho approfondto il contesto culturale di Unorthodox e ulteriormente le mie conoscienze sulla cultura ebraica e le suye sfacetature \ interpretazioni dei libri sacri
25.4.25
dal carcere alla vela . Simone Camba poliziotto e il progetto per dare una seconda opportunità ai giovani detenuti ed in difficoltà
Infatti già nel 2021 Il velista-poliziotto è il più votato tra cento velisti nazionali e internazionali del premio Velista dell’Anno 2021 organizzato dal Giornale della Vela.Con 13.418 voti, Camba ha trionfato nella categoria TAG Heuer Most Vote. Tale Progetto compie 10 anni e l'unione sarda 25\4\2025 gli ha dedicato quest articolo
23.1.25
Il pentimento di Pam, la "nonna alla riscossa" del 6 gennaio 2021: rifiuta la grazia di Trump e "Via da Geova per essere una donna libera"
Fa discutere il caso di Pam Hemphill, meglio conosciuta come “Maga Granny”, la nonna del movimento Make America Great Again, il principale gruppo di pressione che supporta il neopresidente Donald Trump. Quello stesso Maga che si è reso principale protagonista dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e i cui membri sono stati graziati dal tycoon appena ritornato alla Casa Bianca, con uno dei primi ordini esecutivi siglati a poche ore dal giuramento.Fra le migliaia di assalitori del Capitol (circa 1600 persone) di quella giornata tristemente indimenticabile c’era anche la settantenne Pam, condannata a due mesi di carcere, che però inaspettatamente, con un gesto di pentimento, ha rifiutato la grazia presidenziale: “Quel giorno abbiamo avuto torto, sappiamo bene che sono tutti colpevoli” ha dichiarato Maga Granny, riferendosi ai suoi “compagni d’assalto”, dopo essersi già dichiarata colpevole in tribunale per i fatti del 6 gennaio. Accettare il perdono di POTUS (l’acronimo che indica il capo della Casa Bianca, President Of The United States, ndr), infatti, equivarrebbe a insultare “gli ufficiali di polizia del Campidoglio, lo stato di diritto e naturalmente il Paese”, ha dichiarato la “nonna alla riscossa” pentita. Accettare la grazia, ha aggiunto Pam, “contribuirebbe al loro gaslighting e alla loro falsa narrazione”, in riferimento alla tesi per cui il voto del 2020 era stato “rubato” dai democratici e dal presidente Biden.
Ripensando al 6 gennaio, inoltre, Pam Hemphill ha spiegato: “Avevo perso il mio pensiero critico. Ora so che era una setta, e io ero in una setta”, denunciando un “tentativo di riscrivere la Storia”. Pam ha fatto un’anticipazione: “Le conseguenze di questo decreto saranno terribili, sono delle persone molto pericolose”, ha detto citando i membri degli Oath Keepers e dei Proud Boys, due dei gruppi che parteciparono all’assalto al Congresso.
......
"Via da Geova per essere una donna libera"
La Verità da una parte e il mondo dall’altra. Fuori, escluso. Per immolare la vita a Geova, ai suoi diktat, alle rinunce e alle privazioni che diventano illusioni di libertà. Alessandra è una bambina senza Natale né compleanni; Alessandra è una ragazzina lontana dalle mode, dalla musica, dall’amore e dalla sessualità. Le Spice Girls sono "delle
meretrici", i Placebo l’incarnazione di Satana. Alessandra è infine una donna che con coraggio sceglie di dissociarsi, di fuoriuscire e di vivere quella vita che sin dalla sua venuta al mondo le era stata negata. Nasce così Il Dio che hai scelto per me (HarperCollins, 2025), esordio letterario di Martina Pucciarelli, romanzo che a partire dall’esperienza personale dell’autrice racconta di un distacco radicale, quello dalla comunità religiosa dei Testimoni di Geova, con tutto il vissuto doloroso che ha portato a quell’addio, arrivando quasi ad annientare sé stessa, fino pure a desiderare di morire. A chiusura di ogni capitolo, una serie di parole chiave che raccontano il viaggio: abbandono, paura, tradimento, disamore, perdita, vuoto, separazione, libertà, rabbia per arrivare a "riscatto".Alessandra non è Martina, ma il vissuto è comune: com’è stato per lei scrivere ma soprattutto portare fuori una storia così forte e dolorosa?
"Probabilmente non ero preparata a quel che sarebbe potuto succedere. Ho ricevuto tanti messaggi di solidarietà da persone che hanno seguito il mio stesso percorso. Mi fa piacere che questo libro possa far sentire più comprese e meno smarrite quelle stesse persone".
E lei, cos’ha sofferto di più in questa rigidità imposta da Geova? E com’è riuscita a conciliare quei due pezzi di sé, quello nel mondo e quello nella fede?
"La cosa che pesa di più ad Alessandra nel romanzo è sicuramente il non sentirsi vista e valorizzata. Per Alessandra come per me tutto veniva dopo Geova. L’amore verso un figlio, verso un padre e una madre. Vengono dopo Geova anche i tuoi desideri, bisogni. Tutto. Conciliazione? Quella non avviene mai. Quei mondi sono e restano distinti".
Nelle note di chiusura del libro lei scrive: "Il tempo della rabbia e del dolore è finito". Ha dovuto perdonarsi qualcosa o perdonare qualcuno?
"Il perdono è sempre un incontro. Ovvero, perdonare comporta riconoscere di aver sbagliato. In un saggio meraviglioso letto un paio d’anni fa, l’autrice, Chandra Livia Candiani, scriveva del perdono come di un atto di superiorità. Ecco, non è di quel perdono che ho bisogno. È molto di più scegliere di non odiare, di non provare rancore".
La figura della madre di Alessandra appare centrale nelle dinamiche di famiglia. Emerge con lei anche il ruolo della donna secondo Geova: sottomessa, casta, discreta…
"Nell’educazione di Alessandra la donna svolge comunque un ruolo importantissimo, pur in quella sottomissione. È così, annullandosi, che la donna sostiene l’uomo. Niente che abbia a che vedere con l’emancipazione, per quel suo stare costantemente un passo indietro. Proprio in queste ore ho ricevuto il messaggio di una testimone di Geova. Mi ha detto di essere avvocata, avviata alla carriera. Mi ha detto che generalizzo. Credo che la sua sia un’eccezione. È ovvio che in qualche modo occorre adattarsi al mondo che avanza, ma il principio della dottrina è quello: sottomissione. In un passaggio della Bibbia si racconta di quando l’angelo in veste di viandante annuncia ad Abramo che diventerà padre. Sara, sua moglie, ascolta di nascosto quel dialogo e nel suo cuore ride, dicono le Scritture, e chiama Abramo ‘mio signore’. Ecco, Sara nella dottrina di Geova è l’esempio perfetto di sottomissione per quel suo dimostrarsi devota all’uomo persino nei pensieri: ‘mio signore’".
21.12.24
il problema non è tony eff ma un altro visto che anche le paladine delle pseudo femministe che gridano alla censura dove non c'è insomma chi come dolce nera lo difendono invocando la censura o dicendo come Dolcenera: " Tony Effe mi fa sesso perché non pensa ciò che dice sulle donne. Le sue canzoni seguono la moda "
Negli ultimi giorni non si parla d’altro che di Tony Effe e delle sue canzoni! Io ne ho lette e sentite di tutti i colori, ma c’è una cosa che voglio dirvi !
Vedete, il problema non è tanto perché Tony Effe sia stato o non sia stato invitato al concerto del capodanno di Roma, ma il vero problema è un altro. Tanto per darvi un'idea, questo è il testo di una delle sue canzoni più famose: «Lei la comando con un joystick / Non mi piace quando parla troppo / Le tappo
la bocca e me la f… Volano schiaffi da ogni parte (…) Sono Tony, non ti guardo nemmeno / Mi dici che sono un tipo violento/ Però vieni solo quando ti meno.»
Ecco, questo è uno dei cantanti più apprezzati degli ultimi tempi! Tony Effe viene ascoltato ogni mese da ben 4 milioni di persone, su Youtube ne raggiunge anche il doppio. E allora mi dispiace dirlo, ma non è Tony Effe il problema! Perché se questi testi ottengono milioni e milioni di ascolti e di visualizzazioni, qualche domanda bisognerebbe iniziare a farsela!
Il vero problema di oggi si chiama ANAFFETTIVITÀ. Si chiama cinismo. Si chiama assenza di emozioni. L’incapacità di provare, comprendere, dar voce e riconoscere le proprie emozioni! Addirittura Jovanotti ha paragonato Tony Effe a Mozart. Ecco, è proprio questo il punto: in una società che chiama arte una banana appiccicata con del nastro adesivo al muro, non sono soltanto le idee e le emozioni che mancano, sono proprio i cervelli che hanno raggiunto il capolinea. Nella società del nulla, avanza il nulla… le canzoni sono imbevute di violenza e di frasi volgari per coprire il nulla che sono! Ed io che sono cresciuta ascoltando De Andre, Guccini, Cocciante, Battisti, mi domando: ma che diavolo è successo alle persone?
E aggiungo un’ultima cosa. Mentre il nulla avanza, l’incoerenza le fa da padrona. Si parla tanto di «femminismo» e poi tutte le cosiddette femministe di oggi hanno scelto di difendere queste canzoni. Gli artisti invece fanno a gara per esprimere solidarietà a Tony e si riempiono la bocca di parole come censura, perché nella società del nulla perfino le parole sono svuotate di senso, significato e valore. Che dire, forse Cattelan su una cosa almeno aveva ragione: siamo alla frutta. Letteralmente!
L’anaffettività, il cinismo e l’assenza di emozioni di cui si parla sono problemi reali, e i numeri che questi artisti raggiungono sono un segnale allarmante. Se milioni di persone si identificano o trovano intrattenimento in testi che celebrano violenza, misoginia e vuoto, dobbiamo chiederci cosa stiamo sbagliando come società e come educatori ed genitori visto il largo seguito che essi hanno fra i giovanissimi adolescienti . Ma quello che mi lascia più perplesso, appunto sono i genitori che gli accomagnano passivamente per di più , senza spiegargli neppure perchè sono portatori di disvalori . Infatti non è solo una questione di musica, ma di cultura. Come siamo passati da artisti che raccontavano la complessità della vita, dell’amore e del dolore, in cui la volgarità aveva un suo significato ed era contrapposta ad un certo tipo di morale e di cultura retrograda \ bacchettona , a chi svuota le parole di senso e riempie le canzoni di volgarità gratuita e senza scopo ? La risposta, forse, è che stiamo vivendo in una società che ha smesso di coltivare il pensiero critico e il gusto per ciò che è autentico e significativo e dove la trasgressione era trasgressione ,la ribellione era ribellione , mentre oggi è solo conformismo .Infatti un tempo i testi sessisti riempivano le canzoni dei Beatles, dei Rolling Stones, dei Doors … ecc nessuno ci faceva caso o quasi perché erano testi veicolati da musica meravigliosa e immortale, capace di far passare la frontiera a quei piccoli dettagli sessisti, misogini o addirittura violenti . Indovinate chi cantava « ma tu ancheggia un po’ meno e, vedrai, la pelle intatta a casa porterai » o « alzati la gonna lasciati andare fami un po' vedere cosa c'è da fare » ed altre chje ora non mi vengono in mente
Infine, l’incoerenza che si nota in chi difende certi artisti in nome della libertà d’espressione è evidente. La libertà è un valore sacro, ma non dovrebbe mai essere una scusa per legittimare messaggi che degradano le persone e sviliscono il linguaggio. È ora di alzare il livello del dibattito e di pretendere di più, non solo dagli artisti, ma anche da noi stessi come pubblico.
il senatore. di Fdi Mamia non riesce. a. girarsi dall'altra parte. quando. vede una coppia. che. gay. che. scambia. effusioni
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